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Chirurgia robotica tra innovazione e sostenibilità: l’analisi di Gianluca Garulli

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Abbiamo condotto un’indagine per analizzare l’introduzione della chirurgia robotica e i suoi effetti sul sistema sanitario italiano, con particolare attenzione all’innovazione clinica, all’organizzazione ospedaliera e alle prospettive future.

Il lavoro ha coinvolto primari di chirurgia dell’Emilia-Romagna, chiamati a condividere la propria esperienza diretta su una trasformazione che sta incidendo in modo profondo sulla pratica chirurgica e sui modelli di cura.

Chi è Gianluca Garulli

Gianluca Garulli è chirurgo generale con una lunga esperienza clinica e organizzativa maturata all’interno del sistema sanitario pubblico. Nel corso della sua attività professionale ha seguito da vicino l’evoluzione della chirurgia mini-invasiva e robotica, occupandosi non solo degli aspetti tecnici, ma anche delle ricadute organizzative e formative legate all’introduzione delle nuove tecnologie. La sua attività si è sviluppata in costante dialogo con i temi della sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale e dell’appropriatezza delle cure.

La chirurgia ha vissuto negli ultimi decenni un’evoluzione profonda, dalla chirurgia open alla laparoscopia fino alla robotica. Quali sono, dal suo punto di vista, le innovazioni che hanno realmente trasformato il modo di operare e di prendersi cura del paziente?

Le innovazioni che hanno realmente trasformato il modo di operare hanno una data precisa 17 marzo 1987 a Lione viene eseguita dal dr Mouret, la prima colecistectomia laparoscopica anche se la Letteratura internazionale riporterebbe che fu il dr E.Muhe che l’avrebbe eseguita nel 1985.

Poco importa a chi assegnare il primato: certo è che da allora avviene una vera e propria rivoluzione e si modifica il concetto di operare a “cielo aperto”( grande taglio grande chirurgo) che viene sostituito dal concetto di minor invasività con interventi eseguiti con millimetriche incisioni cutanee e strumenti dedicati e con conseguente minor dolore postoperatorio e rapido recupero postoperatorio. La chirurgia robotica, arrivata in italia alla fine del 1999 a Grosseto, rappresenta una evoluzione della chirurgia laparoscopica e presenta innovazioni importanti: la tecnologia comporta una evoluzione del gesto chirurgico migliorando attraverso l’impiego del robot, la precisione del gesto chirurgico con l’intento di ridurre le complicanze postoperatorie e ridurre il percorso formativo del chirurgo.

In una sola parola: facilitare il gesto chirurgico negli interventi chirurgici.

La chirurgia robotica viene spesso descritta come un’evoluzione della laparoscopia. Qual è oggi il vero valore aggiunto della robotica nella pratica chirurgica quotidiana, dal punto di vista del chirurgo?

I valori aggiunti dalla chirurgia robotica sono molteplici e si dividono in due gruppi.

Nel primo gruppo la tecnologia robotica consente una visione più stabile, maggiormente efficiente e precisa, con un gesto umano mediato dalla tecnologia robotica più preciso che annulla il tremolio umano.

Nel secondo gruppo sono recentemente comparse nelle pubblicazioni scientifiche, per la chirurgia complessa dello stomaco e del pancreas, una incidenza di minori complicanze a favore della chirurgia robotica rispetto alla chirurgia tradizionale e laparoscopica.

Una importante e legittima aspettativa è quella che le future generazioni di chirurghi avranno un percorso formativo ridotto e facilitato dalla tecnologia robotica quando la sostenibilità economica verrà dimostrata worldwide.

Dal lato del paziente, quali sono i benefici più significativi introdotti dalla chirurgia robotica in termini di precisione, sicurezza, recupero post-operatorio e qualità della vita?

La tecnologia robotica consente l’esecuzione di interventi, complessi e non, migliorando i vantaggi già noti dall’avvento della chirurgia laparoscopica che sono:
a) la minor invasività;
b) la maggiore precisione.

Queste due caratteristiche consentono un intervento con minor rischio di complicanze e con un precoce ritorno alle condizioni precedenti all’intervento chirurgico.

In che modo l’introduzione della chirurgia robotica può incidere, o sta già incidendo, sulla gestione delle liste d’attesa e sull’organizzazione dei reparti chirurgici?

La minor invasività e il rapido recupero postoperatorio consentono una riduzione della degenza postoperatoria.

Per ridurre le liste d’attesa è necessario oltre all’intervento eseguito con tecnica mininvasiva sia robotica che laparoscopica, affiancare modelli organizzativi e clinici che possano cogliere i benefici della chirurgia mini-invasiva: la sola tecnologia, oltre a fornire una eccellente opportunità, può non essere sufficiente e quindi si rende necessario una implementazione sia culturale che di risorse sanitarie dedicate, per poter ridurre efficacemente le liste di attesa.

Alla luce della sua esperienza, quale giudizio dà oggi sul Servizio Sanitario Nazionale rispetto alla capacità di adottare e valorizzare innovazioni come la robotica?

Il mio personale giudizio è positivo e vuole essere ottimista. Ritengo però mandatorio fare due tipi di investimento.

Il primo, il più importante: il SSN si deve dotare con l’aiuto dell’AI, a produrre un dato clinico di qualità volto a monitorare le performances chirurgiche e alla definizione del modello produttivo chirurgico per una corretta e sostenibile standardizzazione.

Il secondo quello di definire le competenze del “capitale umano sanitario” e quindi i percorsi formativi necessari con efficiente integrazione fra Università e Ospedali nel rispetto delle rispettive competenze: la prima nel percorso di post-laurea, i secondi nella formazione post specializzazione.

Guardando ai prossimi anni, quale ruolo immagina per la robotica in chirurgia e quali sfide ritiene ancora aperte, sia sul piano tecnologico sia su quello formativo e organizzativo?

La chirurgia robotica rappresenta e rappresenterà una evoluzione positiva, irrefrenabile e non rinunciabile della tecnica chirurgica.

Ma esiste un “ma”: senza una vera implementazione dei modelli clinici, organizzativi e amministrativi potrebbe essere non sufficiente alla sostenibilità del SSN.

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