A partire dalla teoria dell’economista Milton Friedman secondo il quale “la responsabilità sociale di un’impresa è aumentare i propri profitti”, Federico Frattini, evidenzia come a questo modello si stia contrapponendo «un paradigma nuovo, più in grado di contribuire ad affrontare i problemi di sostenibilità che la nostra società sta affrontando».
«Secondo questo modello (quello di Friedman), i manager sono agenti dei propri azionisti e lavorano per realizzare i loro obiettivi producendo a loro vantaggio il massimo valore possibile. Le basi della cosiddetta shareholder theory, che a sua volta ha prodotto un modello di leadership ostinatamente orientato al risultato, erano state gettate e per alcuni decenni non è sembrato possibile sradicarle», scrive Frattini su Milano Finanza.
«Siamo dovuti passare attraverso scandali di vario tipo, disuguaglianze sempre crescenti e una crisi di fiducia diffusa verso le imprese per renderci conto che non è un modello virtuoso né sostenibile. E che per giunta mette a rischio la serenità, il benessere dei dipendenti e in molti casi persino dei leader stessi. Oggi questa prospettiva è ben lungi dall’essere superata, ma contemporaneamente si sta imponendo un paradigma nuovo, più in grado di contribuire ad affrontare i problemi di sostenibilità che la nostra società sta affrontando. Non è ancora un modello ben definito, si tratta piuttosto di una moltitudine di approcci che a volte differiscono molto poco fra loro».
«Tutti però ruotano intorno a un concetto secondo me centrale per ridefinire il ruolo del leader, una parola con cui il mondo del lavoro ha imparato a familiarizzare: il purpose. Se ne possono dare tante definizioni. Solitamente è interpretato come “il motivo per cui un’impresa esiste, il suo posto nel mondo, la sua ragion d’essere”. Una prospettiva interessante è quella di Victor Frankle, che lega il purpose alla ricerca di significato come motivazione che spinge e orienta il comportamento umano. In breve, un individuo o un gruppo metteranno in un’impresa una quantità di energia proporzionale al significato che, a quell’impresa, riescono ad attribuire».
«Se sono intimamente connessi al purpose, se trovano sintonia fra la loro visione del mondo e quella della loro azienda, se ne condividono i valori, la loro dedizione sarà totale. In questo senso il compito di un leader è saper generare questo significato, bilanciandolo fra i bisogni dell’impresa e quelli della collettività. Non è indicare un obiettivo; è comunicare perché va conseguito. Gli effetti benefici sono tanti: motivazione, creatività, entusiasmo, collaborazione, coinvolgimento, fiducia. E anche il profitto, per nulla incompatibile con questo approccio, che anzi lo considera una naturale conseguenza (e si potrebbero fare molti esempi, da Southwest Airlines a Wholefoods)», continua l’economista.
«Ma vorrei spingermi oltre: oggi il purpose può rivelarsi in assoluto la più importante dote di un leader. Quella più in grado di avere un impatto positivo su tutto il sistema. E non parlo a livello ideale, ma molto concreto. Prendiamo le principali sfide sociali che stiamo affrontando, le più complesse: cambiamento climatico, pandemie, povertà, disuguaglianze, mancato accesso all’istruzione e al lavoro. Non sono fenomeni inevitabili, ma al contrario sono il risultato di un modello di leadership dominante che per anni ha creduto di poter ergere il profitto e risultati spesso di breve periodo al di sopra di ogni cosa».
«Sono l’effetto di un preciso modo di pensare e di agire. Abbiamo quindi bisogno di sviluppare le capacità necessarie per affrontare direttamente queste sfide e per superare i nostri limiti, e non conosco un’abilità più adatta del purpose per fare questo “salto”. Non riesco a pensare a un paradigma migliore per “contaminare” la società con i valori che riteniamo più urgenti e importanti, in cui crediamo profondamente, paradigma in cui le imprese e i loro leader rivestiranno un ruolo decisivo. I primi passi in questo senso sono già stati fatti».
«Si sta progressivamente imponendo un modello di impresa come “contesto attivo” nel processo di ricerca di significato e scopo (appunto, di purpose). L’impresa è vista sempre meno come sistema meccanicistico per estrarre plusvalore per gli azionisti e sempre più come un’organizzazione “espressiva”, che raccoglie in sé valori, storie e narrative che connettono l’identità dei singoli con quella dell’impresa stessa. Diventando a sua volta portatrice di valori nella società, e basta vedere quello che è successo dal 2014 con la nomina di Satya Nadella a ceo di Microsoft per averne un esempio evidente».
«Certo, non è un processo rapido né semplice, e le resistenze al cambiamento dei sistemi di potere potrebbero portare (e stanno già portando) a un’adozione molto cerimoniale e poco sostanziale di queste idee, sbandierate all’opinione pubblica esclusivamente per motivi di immagine» conclude. «Bisogna anche vigilare sulla possibilità che il purpose si trasformi in uno strumento manageriale rivolto solo a creare consenso all’interno dell’impresa e massimizzare la ricerca di profitti. Ma quella per costruire un modello economico purposeful è una battaglia che vale la pena combattere».
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