È bastata un’immagine, la foto dell’abitato di Niscemi sull’orlo del precipizio, per portare in prima pagina un nuovo episodio della lunga serie di dissesti idrogeologici che flagellano il nostro paese.
C’è da scommettere che, anche questa volta, passato l’effetto impressivo dell’evento calamitoso, poco cambierà nella gestione del territorio e nei modi con cui una parte significativa di noi italiani concepisce l’edificazione e la proprietà della casa.
I disastri ambientali continuano a essere gestiti come episodi, mentre sappiamo – e lo ripetiamo ogni volta – che l’Italia è un territorio fragile.
Secondo gli studi dell’ISPRA (l’agenzia statale che si occupa d’ambiente) il 94,5% dei comuni è soggetto a rischio di frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe.
Se aggiungiamo il rischio terremoti, la politica non dovrebbe occuparsi d’altro nella pianificazione e gestione delle infrastrutture nazionali.
Per quanto riguarda le sole frane, il fenomeno è peggiorato negli ultimi anni: il censimento del 2021 stimava il rischio frane sul 15% del territorio italiano, nel 2024 siamo arrivati al 23%.
Restringendo ai soli ambiti a pericolosità elevata, la quota è pari al 9,5% con 1,3 milioni di residenti e 742 mila edifici costruiti.
A determinare una situazione di così grave rischio c’è un comportamento diffuso per cui il diritto a costruirsi una casa travalica ogni limite e regola, un comportamento cui si aggiungono la speculazione e gli interessi a valorizzare terreni, anche a scapito della sicurezza.
Un circuito che genera l’abusivismo, ma anche una grande indulgenza nel predisporre gli strumenti urbanistici.
D’altronde, certa politica asseconda questi atteggiamenti.
Proprio in questi giorni, nonostante la frana di Niscemi, è ripartito il tentativo da parte della maggioranza di riaprire i termini del condono edilizio, infilando emendamenti in questo o quel provvedimento in approvazione.
Certo, affrontare seriamente il dissesto del territorio implica uno sforzo continuo e l’impiego di ingenti risorse.
Lo dimostra un caso virtuoso, quello del salvataggio di Orvieto con il consolidamento della Rupe su cui fu edificata la città nei secoli.
Un intervento esemplare anche sotto il profilo ingegneristico, attivato negli anni ’80, e che ancora oggi ha bisogno di una continua manutenzione.
Non senza qualche difficoltà a reperire persino le limitate risorse necessarie a effettuarla.
È bastata un’immagine, la foto dell’abitato di Niscemi sull’orlo del precipizio, per portare in prima pagina un nuovo episodio della lunga serie di dissesti idrogeologici che flagellano il nostro paese.
C’è da scommettere che, anche questa volta, passato l’effetto impressivo dell’evento calamitoso, poco cambierà nella gestione del territorio e nei modi con cui una parte significativa di noi italiani concepisce l’edificazione e la proprietà della casa.
I disastri ambientali continuano a essere gestiti come episodi, mentre sappiamo – e lo ripetiamo ogni volta – che l’Italia è un territorio fragile.
Secondo gli studi dell’ISPRA (l’agenzia statale che si occupa d’ambiente) il 94,5% dei comuni è soggetto a rischio di frane, alluvioni, erosione costiera o valanghe.
Se aggiungiamo il rischio terremoti, la politica non dovrebbe occuparsi d’altro nella pianificazione e gestione delle infrastrutture nazionali.
Per quanto riguarda le sole frane, il fenomeno è peggiorato negli ultimi anni: il censimento del 2021 stimava il rischio frane sul 15% del territorio italiano, nel 2024 siamo arrivati al 23%.
Restringendo ai soli ambiti a pericolosità elevata, la quota è pari al 9,5% con 1,3 milioni di residenti e 742 mila edifici costruiti.








