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Francesco Grillo (economista): «I tre fattori per cui l’Asia è uscita meglio rispetto ai Paesi occidentali nella guerra contro il Covid»

L’economista Francesco Grillo ha provato ad analizzare, su Il Messaggero, gli errori che hanno portato l’Occidente sviluppato ad uscire, al momento, sconfitto rispetto all’Asia nella guerra contro il Covid.

«Tre i fattori che appaiono determinanti per resistere alle crisi che stanno orientando il secolo nuovo. E a ciascuno di essi corrisponde una lezione che l’Europa può forse imparare guardando verso Est. Innanzitutto, una grande capacità di utilizzare i dati che le tecnologie rendono disponibili in quantità e a costi mai visti prima».

Secondo Grillo il primo problema è quello della privacy, come metodo nuovo utilizzato dall’Ue all’inizio della pandemia. «Una delle scelte che oggi paghiamo fu quella fatta all’inizio della pandemia di sviluppare un’applicazione nuova, per ciascuno dei 27 Stati e che partisse dalla premessa di garantire l’inviolabilità di un totem chiamato privacy. In Paesi democratici come la Corea del Sud (o anche in Israele) si sono accorti, invece, che il diritto alla riservatezza dei propri dati personali (che, da tempo, i cittadini europei hanno, del resto, regalato a piattaforme che europee non sono) non vale di più del diritto alla salute o alla libertà di movimento: diritti che – nel caso di emergenze e solo per il tempo strettamente necessario – possono essere difese consentendo al proprio Governo di tracciare con precisione i contagi».

Altro aspetto fondamentale è stata la mancanza di flessibilità e quindi l’impossibilità per i Paesi di reagire all’evoluzione della pandemia, che hanno affidato all’Europa la risposta, avvenuta in maniera più faticosa e lenta. «In secondo luogo, la flessibilità dei sistemi produttivi e degli Stati per reagire immediatamente. Lo dimostra il piano vaccinale e, in parte, anche la risposta fiscale che, pure, abbiamo celebrato come momento storico nel processo di crescita dell’Unione. Sfide che si giocano in velocità, di forza e precisione, più che attraverso ricerche di faticosi consensi unanimi. Qui o l’Europa sceglie la cessione definitiva di poteri nazionali (ad esempio, quando scatta un’emergenza sanitaria) o rimane ammollo in mezzo al guado che è la posizione peggiore per chi deve resistere ad una piena».

Terzo e ultimo aspetto è il senso di comunità, che l’Occidente, rispetto all’Asia, sembra non avere più. «Infine, l’Asia sembra premiata da un forte senso di comunità che noi abbiamo smarrito nella sbornia di individualismo che può sfuggire di mano proprio grazie a quelle stesse tecnologie che, se usate bene, possono far vincere queste guerre. In Nuova Zelanda o in Giappone alle emergenze ci si prepara nel tempo e intere città, ospedali e scuole sanno come cambiare forma per rispondere agli shock con il contributo di tutti. La retorica di “stare a casa” è inevitabile in società vulnerabili ma la resilienza passa attraverso progetti che mobilitino tutti e l’idea di un servizio civile obbligatorio deve entrare nella riflessione di chi vuole salvare il nostro “stile di vita”».

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