A quanto comunicato dallo stesso fondo americano, Flacks Group sarebbe ormai prossima a rilevare l’ex Ilva.
Nei giorni scorsi i comitati di sorveglianza di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria, nei quali siedono anche i rappresentanti dei creditori, hanno dato il via libera all’offerta vincolante del gruppo finanziario americano Flacks Group per l’acquisto del più grande impianto siderurgico integrato d’Europa.
Questa decisione consente l’avvio di un negoziato esclusivo con il Governo italiano.
La proposta è stata giudicata migliore rispetto a quella dell’altro fondo americano in gara, Bedrock, che, pur vantando qualche precedente nell’industria siderurgica, ha presentato un’offerta fragile e mai vincolante da trasmettere al Governo italiano.
Il progetto di Flacks, gruppo con sede a Miami e che non si è mai occupato di acciaio, prevede, come rimarcato dal suo profilo LinkedIn, “investimenti per cinque miliardi di euro per garantire l’ammodernamento del siderurgico, l’elettrificazione dei forni promuovendo la decarbonizzazione, l’efficienza, la crescita sostenibile e la continuità produttiva per 8.500 lavoratori qualificati, portando la produzione di acciaio a 4 milioni di tonnellate l’anno” (nel 2024 sono state prodotte solo 2 milioni di tonnellate e lo stesso sarà per il 2025).
Il progetto prevede la presenza dello Stato italiano (con una quota del 40%), transitoria, in quanto Flacks potrà rilevarla (per una cifra compresa tra 500 milioni e un miliardo di euro).
Di certo il percorso di vendita sarà condizionato dalle vicende legali, iniziate nel 2012, che riguardano il sito di Taranto.
Recentemente la Procura ha espresso parere negativo, per la seconda volta, riguardo al dissequestro dell’altoforno 1, sotto sequestro dopo l’incendio di maggio, suscitando preoccupazione per il futuro dell’impianto.
Sarà vincolato dall’alto costo dell’energia, oggi insostenibile per qualsiasi progetto di decarbonizzazione; e con le scarse infrastrutture del territorio pugliese (il continuo no al rigassificatore nel porto di Taranto da parte degli enti locali) sarebbe difficile attivare impianti DRI o preridotto (che hanno il compito di ridurre l’impronta di carbonio migliorando la qualità dell’aria e la salute dei cittadini e dei lavoratori) con cui alimentare i futuri forni elettici.
Potrebbe essere anche condizionato da alcuni passaggi istituzionali come l’eventuale via libera dell’Antitrust europea oppure dal ricorso al Golden power.
La domanda che però dobbiamo porre alla nuova proprietà e al Governo è la seguente: può un fondo di investimenti, senza esperienza industriale, portare l’ex Ilva al risanamento e accettare di correre rischi finanziari, giudiziari e imprenditoriali?
L’interrogativo vale anche per l’eventuale e futura entrata nel capitale sociale del “cavaliere bianco italiano” in grado di conferire managerialità industriale come vorrebbe palazzo Chigi.
Chi garantisce a questi due soggetti una gestione industriale non determinata dalla politica territoriale e dall’intervento continuo della Magistratura?
Sul fronte sindacale le reazioni sono differenti, di cautela e di dubbi.
I metalmeccanici della Cisl prendono “atto con attenzione dell’esito della prima fase di trattativa, il nuovo acquirente deve aver chiara anche la storia dei lavoratori e di ciò che ogni famiglia porta con sé dopo anni di sacrifici e chiediamo la convocazione a palazzo Chigi”.
Invece, il sindacato di categoria della Uil afferma con preoccupazione che “si tratta dell’unica proposta presentata da un fondo di investimento senza alcuna solidità industriale e che non si è mai occupato di acciaio”.
Anche la Fiom-Cgil esprime “forti perplessità sulla scelta di un fondo di investimento, servono maggiori garanzie occupazionali e industriali oltre alla costituzione di una società a maggioranza pubblica”.
Cosa accadrà dopo questo via libera da parte dei due comitati di sorveglianza?
Anche se il fondo parla già di accordo (il Governo non ha ancora fatto nessuna comunicazione in merito), i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia (gestori) e di Ilva in Amministrazione straordinaria (proprietà) dopo il nullaosta del ministro delle Imprese Urso hanno il compito di negoziare con il nuovo investitore i contenuti e i vincoli dell’offerta.
Innanzitutto, il prezzo (Flacks ha proposto una cifra simbolica di un euro), le risorse finanziarie, il piano industriale e occupazionale e soprattutto gli impegni ambientali, per arrivare alla firma del contratto di vendita nei primi mesi del 2026.
Inoltre, il Governo, a sua volta, dovrà decidere la dote economica che finanzierà il suo ingresso, attraverso la società del Mef, Invitalia, nel capitale della nuova società.
Si dovrà aprire anche il confronto con le organizzazioni sindacali sul piano sociale, in quanto la decarbonizzazione comporterà inevitabilmente la riduzione degli organici, anche perché la società americana ha confermato l’assunzione di 8.500 addetti, mentre in Acciaieria d’Italia ve ne sono circa 10.000 e a queste persone bisogna aggiungere circa 1.600 lavoratori Ilva in amministrazione straordinaria, in cassa integrazione dal 2018 e in attesa di essere ricollocati.
Altro tema di discussione sarà come tutelare i circa 6.000 dipendenti e le decine di società dell’indotto del siderurgico.
Garantire un presidio industriale dell’acciaio prodotto con tecnologia sostenibile per approvvigionare i settori dell’edilizia, delle infrastrutture e dell’automotive è fondamentale per il nostro Paese, per questo è importante la presenza dello Stato, anche se transitoria, in questo nuovo progetto industriale, diversamente prevarrà la logica della chiusura del sito, come alcuni vorrebbero, con conseguenze negative per i lavoratori e i cittadini.








