Per giustificare il blocco della cessione dei crediti fiscali legati ai bonus edilizi il governo ha chiamato in causa l’Eurostat.
Poteva anche non farlo dal momento che è evidente a tutti che quando paga un terzo, in questo caso Pantalone, le spese vanno fuori controllo, come in effetti stava succedendo.
In termini tecnici, la questione è se un dato bonus è “pagabile” con il che si intende che è una minore entrata certa dello Stato, oppure “non pagabile”.
Esempi di crediti di imposta “non pagabili” (sottinteso: con certezza) sono i bonus edilizi non cedibili: questi non sono pagabili con certezza perché non è detto che il contribuente abbia oggi e nei prossimi anni la capienza fiscale necessaria per usufruirne.
Invece i bonus cedibili finiranno quasi certamente nel portafoglio di un operatore (banca o impresa) che ritiene di avere la possibilità di usufruirne; altrimenti non li comprerebbe.
Questi vengono quindi riclassificati come spesa. Apparentemente la questione è abbastanza sottile, ma la sostanza è che Eurostat si preoccupa di contrastare due tentazioni ricorrenti dei governi: camuffare le maggiori spese come minori tasse e rinviare al futuro gli oneri presenti.
Una conseguenza della classificazione come credito “pagabile”, e dunque come spesa, è che occorre applicare il criterio della competenza economica e non quello della cassa.
Il criterio della cassa è utilizzato in via di eccezione per alcune tasse in ragione della difficoltà di fornire statistiche tempestive basate sulla competenza. A sua volta il criterio della competenza comporta che l’intero sussidio venga contabilizzato nell’anno in cui sorge l’obbligazione per lo Stato.
Si consideri ad esempio un credito d’imposta per 100 utilizzabile in tranche di 20 per 5 anni; la spesa da mettere a deficit nell’anno iniziale è 100.
Si noti che il debito pubblico non viene ricalcolato perché (almeno nella definizione di Maastricht) dipende dal fabbisogno di cassa: le modifiche nella contabilizzazione modificano solo lo stock/flow adjustment, ossia la differenza fra variazione del debito e deficit.
Il che, a scanso di equivoci, non vuol dire affatto, come invece qualcuno pensava di aver capito, che i crediti fiscali non costituiscano debito.
Il 1° marzo l’Istat si dovrà pronunciare sulla natura dei vari bonus e, se decidesse, come probabile, che sono “pagabili”, si avrebbe un notevole aggravio (contabile) sui deficit degli ultimi due anni.
Si capisce quindi che il governo non voglia avere un peggioramento, potenzialmente di vari punti di Pil, del deficit 2023, causato dai crediti d’imposta riconosciuti nell’anno in corso; da qui la decisione di eliminare la cedibilità che, oltre a rendere l’agevolazione meno appetibile, dovrebbe comportare il ritorno, per i nuovi crediti d’imposta, al vecchio criterio di classificazione; inoltre, se le autorità statistiche procedessero alla riclassificazione, ne risulterebbe migliorato in modo meccanico il disavanzo tendenziale di questo e dei prossimi anni (che scontava, nella precedente versione, minori entrate causate dal bonus edilizio).
Naturalmente la contabilità non può cambiare la sostanza economica delle cose, ma può indurre i mercati a chiedersi quante passività nascoste si annidano nei mille bonus che sono stati erogati “gratuitamente” negli ultimi anni.
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