Oggi, in Italia, commenta sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia, essere pacifista significa tre cose.
Il primo significato è quello espresso dall’articolo 11 della nostra Costituzione.
Significa cioè rifiutare per il nostro Paese qualsiasi politica aggressiva di stampo nazionalistico o colonialistico o che altro.
Al tempo stesso, e di conseguenza, significa rifiutare l’idea e la prassi che le controversie internazionali possano essere decise a cannonate.
In questo senso, è indubbio che nel nostro Paese il fronte pacifista, chiamiamolo così, sia amplissimo.
Ma accanto a questo che ora ho detto esistono altri due tipi di pacifismo: il pacifismo secondo le circostanze e il pacifismo dell’irrealtà.
Il pacifismo secondo le circostanze è quello che dai suoi adepti viene applicato a uno solo dei due belligeranti.
Il modello classico di questo pacifismo è rappresentato da i «partigiani della pace» di antica memoria, l’organizzazione dei Partiti comunisti, quindi anche di quello italiano, che negli anni della guerra fredda in obbedienza agli ordini di Mosca «difendeva la pace» dipingendo gli Stati Uniti come una sorta di aggressore in servizio permanente.
Con le opportune varianti è il medesimo pacifismo che oggi intima agli ucraini di smetterla di difendersi o che sostanzialmente tace se Hamas attacca Israele nel modo che si sa e si guarda bene dal chiedere perfino che almeno vengano restituiti gli ostaggi catturati.
Ma il pacifismo più diffuso è forse quello dell’irrealtà.
Dell’irrealtà perché, contraddicendo arditamente millenni di storia umana, i suoi adepti sono convinti che la guerra non sia, ahimè, una tragica regola di quella storia, bensì l’eccezione.
Dovuta sostanzialmente agli sporchi interessi di pochi (al primo posto i «mercanti d’armi») o alla perfida natura di qualche governante e delle sue idee folli.
Ne consegue una mentalità dominata da un irenismo tutto compiaciuto per la propria irreprensibilità etica e che alla realtà sostituisce i buoni sentimenti.
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