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Ecco i quattro pilastri da riformare per il sistema Italia | L’analisi

Invocare nuovi paradigmi ad ogni novità, in qualunque faglia socio-economica e istituzionale del Paese, è prassi intellettuale diffusa.

Due paradigmi dal passato glorioso, ma così longevi da apparire ogni volta nuovi come l’Araba Fenice, sono quelli che reggono a loro volta i due pilastri del diritto del lavoro e del welfare.

Non è detto che questi pilastri ultracentenari reggano per molto ancora: scricchiolano da tempo, e nessuno sa bene quando verrà il momento critico.

Fino a non molti anni fa, il pilastro egemone del diritto del lavoro era quello della subordinazione: il requisito che fa di una persona un lavoratore circondato di tutele e garanzie inderogabili e irrinunciabili.

Oggi il contratto di lavoro subordinato è ancora la modalità tipica in cui si lavora nelle imprese, ma con un elemento di novità: un elemento che non attiene alla tipologia contrattuale, ma alla sua disciplina giuridica.

Si tratta del nuovo “mantra” del diritto del lavoro europeo, che privilegia la trasparenza delle condizioni di lavoro rispetto all’introduzione (o all’eliminazione) di norme inderogabili; e lo fa andando ben oltre i diritti di informazione già contemplati dalla legislazione vigente, ma invadendo l’area sismica del lavoro tramite piattaforma digitale, e più in generale, quella dei processi decisionali automatizzati di intelligenza artificiale.

In effetti, è questo della trasparenza il paradigma di tutela dell’Artificial Intelligence Act europeo e della legge delega nazionale attuativa.

Se sul versante del rapporto di lavoro la trasparenza è l’astro nascente del diritto del rapporto di lavoro, che preconizza una battuta d’arresto della norma inderogabile con contestuale avanzamento della governance tramite procedure, codici etici, comitati; sul versante del welfare si registra l’ascesa, lenta ma inesorabile, della previdenza contrattuale, con la previdenza complementare a fare da supplente di quella pubblica nel garantire il tenore della vita attiva.

Non a caso, l’azione del Governo di centro-destra in materia di welfare si è collocata più sul terreno delle misure a sostegno della povertà e del welfare aziendale, che sul terreno tradizionale dell’età (pre)pensionabile, sulla scia della interminabile diatriba sulla legge Monti-Fornero.

Qui si registra, a ben vedere, un ritardo del dibattito pubblico rispetto all’economia del welfare: fermo il primo su temi a elevata connotazione politica, collocata la seconda sulle frontiere di un nuovo welfare, privato e non pubblico, integrato coi nuovi bisogni anche familiari dei lavoratori, oggettivamente posto a sostegno di redditi da lavoro insufficienti a causa del malfunzionamento delle relazioni industriali.

Si delinea così il secondo pilastro emergente, costituito da un’esperienza diffusa di welfare aziendale di natura privatistica e plurifunzionale, cui si affiancano la previdenza pensionistica complementare, la sanità integrativa, i fondi bilaterali di solidarietà.

Ma si delinea anche un terzo pilastro in sofferenza: si tratta delle relazioni industriali, alle quali va dedicata una riflessione non astratta ma legata al tema dei salari.

Con riferimento alla crescita occupazionale che si è registrata negli ultimi anni, nonostante la stagnazione della produttività, si registrano tra gli economisti due reazioni: la prima rileva che l’occupazione è cresciuta quasi esclusivamente in settori a basso valore aggiunto, e che i salari contrattuali sono aumentati molto meno dell’inflazione; la seconda osserva come sia venuto al pettine il nodo di un sistema contrattuale che non difende più il potere d’acquisto; questo fallimento non superabile con la leva fiscale, bensì con una riforma delle relazioni industriali.

C’è del vero in entrambe le tesi, ma non si condivide, per le riflessioni già svolte, il giudizio tendenzialmente critico sul welfare aziendale.

Sarebbe anzi il tempo di razionalizzare e potenziare il favore fiscale della previdenza contrattuale, recependo la proposta di introdurre un plafond di detassabilità esteso a tutta la previdenza contrattuale (complementare, sanitaria, welfare aziendale), da tempo circolante in dottrina.

Il punto di rottura più evidente si registra tuttavia nella gestione del mercato del lavoro in relazione ai flussi migratori.

L’Italia si trova in una condizione di schizofrenia funzionale: da un lato si indica la necessità di centinaia di migliaia di nuovi ingressi annui per mantenere invariato il PIL; dall’altro, la governance del fenomeno rimane confinata in una dimensione emergenziale e securitaria.

Ma non è questo il modo corretto di porre la questione.

La verità, scomoda per entrambe le parti del dibattito politico, è che il sistema produttivo italiano sopravvive grazie a una forza lavoro straniera spesso confinata in segmenti a bassa produttività, mentre il capitale umano qualificato fugge verso mercati più dinamici.

La tenuta del sistema dipende dalla capacità di passare da una “accoglienza subita” a una “attrazione governata”.

Ma attenzione al populismo di ritorno: se un sistema economico ha bisogno di professionalità, l'”attrazione governata” dovrà guardare alle sue reali esigenze; in caso contrario, l’immigrazione (clandestina) si accompagnerebbe fatalmente al lavoro irregolare.

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