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«E’ il momento di cambiare passo e smettere di vedere il sistema educativo come un parcheggio dei nostri figli». La visione di Massimo Recalcati

Il mondo della scuola era un’istituzione già abbandonata e allo sbando ben prima del virus. Parte da questa considerazione la riflessione di Massimo Recalcati pubblicata il 28 maggio sulle pagine di Repubblica.

«Salvo brevi parentesi, tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi anni hanno relegato la Scuola in una posizione marginale. È un fatto. Nessun governo è stato in grado di porre la Scuola al centro della sua agenda e dell’avvenire del nostro Paese».

Ma ora, in questa fase di ripartenza, non ci si può sottrarre al dovere di ridare centralità all’istituzione scolastica: «Da dove dovrebbe iniziare la ricostruzione di un Paese se non dalla Scuola?». È per questo motivo che la necessaria riapertura delle scuole non dovrà avere solo un significato di sostegno vitale per le famiglie italiane, ma dovrà essere l’indice di una volontà decisa di cogliere in questa tremende emergenza l’occasione per una rivoluzione culturale. «Non pensare più alla Scuola come a un grande asilo sociale dove parcheggiamo i nostri figli in attesa che il mercato operi la loro selezione naturale, ma come a quello spazio eticamente e culturalmente decisivo dove la vita dei nostri figli prende forma, viene educata alla cultura dell’integrazione, dello scambio, della ricerca».

Purtroppo, questa congiuntura drammatica ha portato a galla due grandi problemi a livello scolastico. «La cosiddetta didattica a distanza imposta della violenza del virus ha provato a supplire al vuoto che si è aperto. Una Scuola chiusa è però evidente che non è una Scuola. Se pensiamo che la Scuola non sia solo trasmissione arida di sapere, ma trasmissione di cultura della cittadinanza, di pensiero critico, di desiderio di sapere, la definizione di “didattica a distanza” non può che apparire come una drastica contraddizione in termini». Infatti, «non esiste trasmissione didattica del sapere se non attraverso una relazione umana».

Il secondo tema riguarda la perdita del senso della “prova”: «È stato un errore non introdurre dispositivi simbolici anche minimi per sancire la promozione nelle scuole secondarie. La Scuola ha il compito di ricordare che il tempo della “prova” è indispensabile a scandire un percorso di formazione».

Ecco allora la proposta: «Perché la Ministra non convoca degli Stati generali della Scuola composti dai docenti, dai dirigenti scolastici, dalle associazioni degli insegnanti, dai sindacati della Scuola e dagli intellettuali che hanno a cuore il suo destino? Senza cultura, formazione, ricerca un Paese è privo di avvenire».

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