Basta uno sguardo anche distratto a un qualsiasi notiziario per rendersi conto che la politica internazionale è destinata a dominare l’agenda del 2026, rubando il centro della scena a tanti temi domestici che pure hanno un peso specifico non marginale come la riforma fiscale o dividono politica e opinione pubblica come il referendum sulla giustizia.
Ed è sufficiente una lettura solo un poco più attenta per capire che nei prossimi mesi si giocheranno su questo terreno le sfide più delicate per la tenuta della maggioranza, chiamata ad affrontare nell’anno di vigilia delle elezioni politiche un dossier fra i più delicati e i meno popolari: quello del rilancio delle spese per la difesa.
Il contesto è stato chiarito con rara efficacia dalle cronache, che dal Venezuela all’Ucraina per non parlare della Groenlandia vedono un’Europa obbligata, tra mille incertezze, a ripensare il proprio ruolo nel mondo e il rapporto con un alleato storico, Washington, che ha deciso di abbandonare il ruolo tradizionale di garante dell’ordine, almeno occidentale.
Ma il calendario fissa scelte e scadenze puntuali, e serrate, per Governo e Parlamento: che entro la primavera dovranno decidere come tradurre in chiave operativa i programmi di riarmo, o di «prontezza» strategica come sono stati ribattezzati a Bruxelles per renderli più digeribili alle opinioni pubbliche, abbozzati senza troppo clamore negli ultimi mesi del 2025; dopo che, sempre senza enfasi, la manovra dello scorso anno aveva iniziato a far salire la spesa.
Il tema impegnerà il Senato già oggi, quando il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti risponderà a un’interrogazione sul punto presentata dal gruppo dei Cinque Stelle.
DOPPIO TAVOLO
Sul tavolo sono due filoni principali di investimenti nella difesa.
Uno è finanziato con i prestiti Ue del programma «Safe», che può assegnare a Roma fino a 14,9 miliardi dei 150 complessivi messi in campo per «accelerare la prontezza della difesa (Defence Readiness) consentendo investimenti urgenti e ingenti a sostegno dell’industria europea», come recita il lessico ufficiale comunitario.
“Non si tratta di risorse aggiuntive”, chiarisce il titolare della Difesa Guido Crosetto nell’ultimo documento programmatico del ministero, ma di una “modalità di finanziamento più vantaggiosa rispetto al debito pubblico ordinario”.
Il capitolo domestico, da alimentare con fondi nazionali, è invece più ampio, e soprattutto non è una tantum ma strutturale: perché secondo le indicazioni dello stesso Governo punta ad aumentare entro il 2028 la spesa militare di 11 miliardi annui rispetto ai tendenziali tracciati fin qui, con una prima tappa da 3,5 miliardi messa in calendario per quest’anno.
TENSIONI IN MAGGIORANZA
Le discussioni in Parlamento e nel Paese, e anche dentro i confini della maggioranza e dello stesso Governo, si annunciano accese, come mostra il piccolo prologo offerto a fine dicembre dal decreto legge con la nuova proroga del sostegno all’Ucraina.
Il passaggio appariva decisamente meno complesso, limitato com’era alla conferma sostanziale dell’impegno a favore di Kiev portato avanti finora con continuità dai Governi Draghi e Meloni; ma si è rivelato più che sufficiente ad accendere un confronto serrato in maggioranza su titolo e testo del provvedimento, e a generare nella Lega un vivace “dibattito interno” che non si è ancora spento.
L’IMPATTO SUL BILANCIO ITALIANO
Il decreto armi che ha chiuso l’attività 2025 del Consiglio dei ministri andrà convertito in legge entro la fine di febbraio.
Ma presto Camera e Senato saranno convocati anche per discutere “la pianificazione della spesa militare aggiuntiva” che il Governo si è “impegnato a sottoporre al Parlamento in tempi rapidi, presumibilmente all’inizio del prossimo esercizio finanziario”, come si legge a pagina 63 del Documento programmatico di finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri il 2 ottobre 2025.
In quel documento, su cui le Camere dovrebbero esprimersi con una risoluzione, ci sarà anche “una stima delle ricadute sull’economia” attese dalla spesa militare extra, che solo in parte coinvolgerà l’industria nazionale; con piani già in via di definizione, in particolare con le società partecipate dal Tesoro attive nel settore.
La precondizione per l’aumento ulteriore del peso della difesa nel bilancio pubblico è l’uscita anticipata dalla procedura Ue per disavanzi eccessivi, che sarà certificata da Eurostat ad aprile con il calcolo definitivo del deficit 2025 sotto al 3% del Pil (fin qui le stime discusse a Bruxelles hanno parlato del 2,98%).
L’addio alla procedura permette infatti di escludere l’impegno finanziario aggiuntivo dai vincoli del Patto Ue sulla spesa primaria netta, evitando alla finanza pubblica il nodo gordiano in cui ogni aumento di uscite in armi e cybersicurezza sottrarrebbe margini equivalenti alle altre voci, dalla sanità al welfare.
Ma lo scorporo contabile non è una liberazione dai vincoli di realtà, e in particolare dalla necessità di emettere titoli di Stato aggiuntivi per finanziare le nuove spese.
Anche per questo il piano studiato al ministero dell’Economia delinea una crescita graduale degli impegni extra, che dallo 0,15% del Pil (3,5 miliardi) ipotizzato per quest’anno arriva nei dintorni dei 12 miliardi (0,5% del Pil) solo nel 2028.
Questo cammino a tappe eviterebbe al disavanzo complessivo (compresa la quota «scorporata») di tornare nei prossimi anni sopra il 3% del Pil, a conferma del fatto che i dettagli contabili hanno un valore relativo quando si tratta di rivolgersi ai mercati per chiedere soldi in prestito.
Quella indicata è una “proiezione realistica”, rivendica il programma di finanza pubblica, pensata tenendo in considerazione anche “i necessari tempi di adeguamento della capacità produttiva”, che consigliano di evitare “brusche accelerazioni” di una spesa altrimenti destinata in larghissima parte a committenti esteri.
Altrettanto complesso è l’avvio effettivo del «Safe», che ha l’obiettivo di alimentare appalti comuni fra almeno due Paesi (salvo deroghe) per costruire un primo abbozzo di difesa integrata a livello Ue.
Resta da capire quanto dei piani già costruiti dall’Italia possa agganciare questa forma di finanziamento alternativa, ricca di condizionalità come capita sempre agli strumenti comunitari: caratteristiche che ne fanno un “Pnrr del razzo”, come da definizione del leghista Claudio Borghi, efficace anche nel far trasparire lo scarso entusiasmo nutrito nel Carroccio.








