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Dario Di Vico (Corriere della Sera): «Sciopero Cgil-Uil: manifestazione di un nuovo disagio ignorato»

Lo sciopero indetto da Cgil e Uil apre il dibattito su un «nuovo disagio ignorato». Ne parla Dario Di Vico, sottolineando come il tema meriti attenzione. «Nel dibattito che si è aperto dopo la proclamazione dello sciopero generale da parte di Cgil e Uil c’è chi, tra gli intellettuali della sinistra italiana, ancor più che applaudire alla piattaforma dei sindacati ha visto in quella decisione soprattutto il valore di un rilancio e di una nuova centralità del conflitto».  

«Ossigeno puro, è stato scritto, rispetto al rischio di un soffocamento della dialettica sociale e, per esteso, della stessa democrazia. Ma davvero corriamo questo pericolo? Si può dire in assoluta coscienza che le società della seconda modernità si caratterizzino per un’assenza di conflitti e per una tendenza all’unanimismo?» afferma nel suo editoriale sul Corriere della Sera.

«Credo proprio di no e non lo dico per un pregiudizio politico di merito ma partendo dal riconoscimento che i fattori oggettivi di conflitto non solo restano in campo ma si allargano nella gamma e nella profondità. Ma se una volta, secondo la nota vulgata, il conflitto distributivo che si proiettava sul terreno politico era prevalentemente quello iscritto nella relazione capitale-lavoro, oggi sappiamo bene che le linee di faglia sensibili riguardano il peso contrattuale e le prospettive delle nuove generazioni, la partecipazione di genere, l’integrazione degli immigrati e, in primo luogo, l’utilizzo razionale delle risorse naturali del pianeta».

«Non è un caso che» spiega Di Vico «almeno in due materie la gauche italiana si sia dimostrata impreparata e sia stata costretta a correre in affannoso recupero: la povertà assoluta e l’emergenza ecologica. Mentre è rimasta pervicacemente affezionata a una centralità del conflitto capitale-lavoro, nonostante nel frattempo quest’ultimo avesse trovato nel sistema delle relazioni industriali una buona regolazione. Se non sono spariti i fattori oggettivi di conflitto sono lungi dall’essersi spenti anche quelli soggettivi».

«Non c’è quindi da temere che le platee del conflitto restino deserte, non ultimo perché sono alimentate da nuovi imprenditori della protesta-a-prescindere come buona parte dei talk show e dei social network. Il vero problema non è la mancanza di materia prima — il conflitto per l’appunto — ma la sua inadeguata mediazione, l’assenza di una “lavorazione” che sappia estrarre valore da quella mobilitazione emotiva e la indirizzi verso l’elaborazione di soluzioni o la creazione di esperienze di coesione e di comunità. E la sinistra» conclude «nella sua doppia versione tradizionalista o riformista, non è riuscita in questa operazione».

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