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Ferruccio De Bortoli (Corriere Economia): «Inflazione: così si può vincere la guerra al caro-prezzi»

Siamo pronti ad affrontare l’inflazione? A parlare della questione economica, che sta accompagnando la ripresa dall’emergenza sanitaria, è Ferruccio De Bortoli. «Non siamo più abituati a temere l’inflazione» afferma «e mostriamo tutti i giorni di conoscerne poco gli effetti. Famiglie e imprese stentano a comprenderne il costo. I risparmiatori non hanno esperienza. E nemmeno gli uffici acquisti delle aziende, travolte da forti rincari. La stessa contrattualistica si rivela inadeguata. Nelle filiere industriali è in atto un sanguinoso confronto tra chi produce e chi distribuisce».

«Fenomeni di accaparramento speculativo di alcune materie prime o semilavorati (per esempio il cartone) ripropongono antiche scene di sparizione da depositi e scaffali di merci calmierate nei lontani anni ’70 e’80. Allora il mostro dell’inflazione sembrava imbattibile. E c’era una corsa affannosa a tutte le possibili e perverse indicizzazioni», scrive sul Corriere Economia.

«Oggi è curioso, e forse, sintomatico, che la contingenza l’abbiano richiesta subito i dipendenti della banca centrale europea. Come se sapessero, da dentro, come andrà a finire. Nel secolo scorso uno slogan pubblicitario invitava i consumatori a denunciare prezzi anomali. “Chiama il governo”. Il quale poi non sapeva rispondere. Oggi gran parte di noi è figlio della deflazione. Sfugge l’esistenza di una tassa occulta di natura regressiva che colpisce chi ha meno rispetto a chi ha di più e maggiori alternative di investimento».

«E, parimenti, si scorda che dai periodi di grandi debiti si esce con i default, politicamente e socialmente drammatici, o con tanta inflazione, a rilascio lento di veleno. Si coltiva ancora l’illusione perché ormai di questo si tratta — che il fenomeno pur virulento sia transitorio. Se non fosse così assisteremmo a un’imponente smobilitazione dei capitali di famiglie e imprese fermi nei depositi bancari che addirittura, in qualche caso, hanno rendimenti negativi».

«Gli ultimi dati sui soli conti correnti sono ferali a settembre scorso. Un totale di 1400 miliardi, leggermente inferiore al dato massimo registrato a luglio di 14.18 miliardi ma largamente superiore a quello di un anno prima. Nel settembre del 2020 era di 1280 miliardi. Il rendimento ufficiale medio dei conti correnti è di 0,02%».

«Fate voi i calcoli di quanto, in un anno, ignari e svagati correntisti hanno perso al di là della necessità di avere una sufficiente liquidità per finanziare il circolante e provvedere ai pagamenti di servizi vari. Il balzo delle compravendite e delle quotazioni immobiliari, registrato nell’ultima ricerca di Nomisma, è diretta conseguenza di un certo disagio della liquidità, oltre che del tradizionale amore per il mattone (non sempre rivendibile.)».

«L’ultima rivelazione Istat registra un’inflazione a ottobre, su base annua, del 3%. Siamo tornati sui livelli del 2012. Ma nel dicembre dello scorso anno, tanto per dare un’idea della velocità di fondo, era ancora negativa. Certo, il dato fa a pugni con i selvaggi rincari nonostante l’intervento dell’esecutivo delle bollette energetiche. Com’è possibile che, con tutto quello che sta accadendo, l’inflazione ufficiale sia così bassa? Secondo l’ultimo rapporto Ref una certa tensione sulle materie prime si sta attenuando. Per esempio, lo spostamento dei consumi verso i servizi ha rallentato la domanda di alcuni beni durevoli per la casa e frenato almeno un po’ la corsa dei prezzi del legname».

«L’offerta di petrolio e gas, con buona pace del clima, è aumentata togliendo pressione ai prezzi. Questa mancata percezione collettiva del pericolo dell’inflazione può avere diverse spiegazioni. La prima è legata alla modesta cultura finanziaria degli italiani. Ma è largamente insufficiente. Vi è qualcosa di più sottile e inconscio. Nell’era del low cost la sensazione diffusa è che il listino prezzi non esista più, che tutto sia scontabile. E in Rete vi sia un infinito black friday, una miriade di occasioni di facile e immediata disponibilità».

«Formule di credito al consumo – per esempio nell’acquisto di automobili – spalmano, in un futuro continuamente rimandabile, sovraccosti che guardando ai tassi d’interesse sarebbe vergognoso proporre in raffinate e seducenti pubblicità. L’era dei tassi zero o negativi non ha prodotto particolari preoccupazioni sui rendimenti nel tempo della previdenza integrativa o delle formule assicurative, per quanto poco amate dagli italiani, a dimostrazione che non si è colto fino in fondo il rovescio della medaglia di un costo del denaro particolarmente basso».

«L’inflazione è poi un concetto che ha una sua materialità novecentesca. Mal si addice alla virtualità del web che, contraendo fino a farli scomparire i costi di intermediazione, ha di fatto contribuito a sconfiggerla negli ultimi decenni. Ma non a eliminarla come molti sono stati indotti a credere. Alessandro Foti, gran patron di Fineco, mostra ai suoi clienti alcuni grafici significativi. Uno riguarda gli anni ’70 nei quali l’inflazione era un’ossessione quotidiana».

«Chi si fosse tenuto liquido nel 1969, alla fine del decennio avrebbe perso il 26%. E se invece avesse puntato sull’indice mondiale delle Borse avrebbe guadagnato il 20%. E ancora, se la stessa operazione fosse stata: atta, a partire dal 1995 — cioè già nell’era in cui l’inflazione non era più un problema opprimente — si ritroverebbe oggi, nel 2021, ad aver perso il 35% del potere d’acquisto della propria liquidità con l’indice mondiale delle Borse moltiplicato quasi per sette.

«Sul versante dei consumi, merita attenzione quello che sta accadendo nell’agroalimentare. Le aziende, specie quelle di marca, premono perché i listini siano aggiornati, lamentando incrementi a doppia cifra delle principali materie prime. Qualche esempio: in agosto, sullo stesso mese dell’anno precedente, lo zucchero del 48%, i cereali del 31, la carne del 22. Sulle importazioni pesa l’esplosione dei noli marittimi: 35%».

«La grande distribuzione si dice contraria ad aggiornare i prezzi. Se gli aumenti non saranno scaricati a valle, cioè sulle spalle dei consumatori, qualcuno dovrà comprimere i margini. Le multinazionali saranno in grado di farlo meglio di molte aziende del made in Italy che cominciano a intravvedere, se la fiammata dei prezzi non rientrerà come tutti ci auguriamo, rischi per la loro stessa tenuta, per la loro stessa esistenza».

«Il governo potrebbe agire sull’Iva, come ha fatto per le accise energetiche. La coperta è drammaticamente corta. Una maggiore consapevolezza, a tutti i livelli – dalla produzione, al consumo al risparmio sulla natura di questa inflazione da forte ripresa pandemica (post non si può scrivere) non guasterebbe. Ma vivendo di anestetici (debito senza freni per esempio) non ne sentiamo una particolare urgenza».

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