Dario Cresto-Dina su Repubblica parla del vaccino come simbolo di un’era, che sarà un banco di prova fondamentale per i leader della Terra, nessuno escluso.
«Il nemico sembra spiare notte e giorno le nostre mosse, mette in scena per tempo contromisure, quando addirittura non le anticipa come sta accadendo con la cosiddetta variante inglese, rivela un’intelligenza tattica non certo sorprendente per virologi e genetisti, ma che ha portato oltre la paura noi persone comuni. Ci ha sfiniti, confessiamolo: siamo arrivati sul limite delle energie fisiche e psicologiche. Abbiamo quasi dimenticato i tratti delle facce più care, respiriamo a fatica dietro la mascherina, vivremo da prigionieri la festa più attesa dell’anno e, soprattutto, non possiamo progettare un domani».
Un periodo nero, lungo tutto il 2020. Ma che il vaccino può spezzare. «Il D-day europeo, che dovrebbe segnare l’inizio della fine della pandemia ridandoci in parte ottimismo e speranza, è cominciato questa mattina con la partenza dei primi lotti del vaccino Biontech-Pfizer chiamato Cominarty e conservato in celle frigorifere da cinquemila dosi, alla temperatura di settanta gradi sotto zero. Molti capi di Stato porgono la spalla alla siringa per dimostrare la responsabilità delle istituzioni e della politica, la fiducia riposta nella scienza, per convincere gli scettici e gli spaventati dagli effetti collaterali, per combattere con l’esempio le frange negazioniste».
Cresto-Dina conclude, ritenendo che «la campagna di vaccinazione sarà la sua ordalia, il terreno sul quale si misurerà la fragile leadership di Conte. L’obbligo è quello di mettere in sicurezza il Paese senza ritardi, senza lasciare indietro nessuno. Questo governo ha la forza per sostenere un compito storico? L’equilibrio del funambolo che cammina sulla corda grazie a sapienti movimenti dell’asta, esercizio a cui siamo fin troppo abituati, questa volta ci farà precipitare».








