Danilo Paolini confronta la situazione che stiamo vivendo oggi con quella del 26 aprile scorso, “quando l’Italia cominciava a intravedere una liberazione dalle restrizioni imposte dall’epidemia di Covid-19. Quel giorno – scrive Paolini su Avvenire – si riunì la cabina di regia Governo-Regioni-Enti locali, la stessa alla quale l’Anci ha minacciato di non prendere più parte per protestare contro il Dpcm di domenica sera, che inizialmente attribuiva ai sindaci la facoltà di chiudere vie o piazze delle proprie città se ritenute a rischio di pericolosi assembramenti.
Allora, il 26 aprile, i sindaci insistettero con forza con l’esecutivo sui «vari livelli di governo».
Adesso vogliono ignorare quella diversificazione giuridica e amministrativa, protestando per l’attribuzione di una responsabilità che non ritengono di loro competenza.
Ma quante volte abbiamo ascoltato sindaci di città grandi e piccole rivendicare maggiori poteri e reclamare per l’eccessivo potere di Roma? Quante richieste a Palazzo Chigi affinché ascolti di più i primi cittadini, massimi conoscitori dei problemi delle loro comunità e quindi i più capaci portatori di soluzioni? Tra marzo e aprile dello scorso anno assistemmo a una superproduzione di ordinanze comunali che stabilivano obblighi e divieti che si andavano ad aggiungere al lockdown nazionale.
In primavera, dunque, eravamo il Paese dei mille campanili e in autunno non lo siamo più? O forse può costare di più adesso, in termini di consenso, prendere provvedimenti che incidono su attività commerciali ormai riaperte e frequentate da molti cittadini? Qualche giorno fa, a proposito della gran voglia di richiudere le scuole manifestata da presidenti di Regione che erano stati tra i più determinati a chiederne la riapertura, abbiamo notato che viviamo in uno strano Paese. Strano e contraddittorio”.








