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Corrado Augias (La Repubblica): «Lo chiamiamo lockdown, ma significa clausura»

Su Repubblica, Corrado Augias spiega perché invece del termine inglese lockdown, divenuto di uso comune in Italia dopo lo scoppio della pandemia, sia consigliabile usare la parola “clausura”, intesa in senso laico, per riferirsi a una situazione di isolamento al fine di proteggersi dal virus. 

L’Oxford Dictionary dà la seguente definizione di lockdown: «An official order to control the movement of people or vehicles because of a dangerous situation». Il significato del termine è dunque appropriato, osserva Augias: un ordine delle autorità per controllare, in una situazione di pericolo, i movimenti delle persone o dei veicoli.

La domanda che però bisogna farsi è se esista un equivalente italiano. Ebbene, c’è. In un sussulto di dignitosa italianità in un primo momento dopo l’arrivo dell’epidemia era circolato il termine “confinamento” che riprendeva l’equivalente francese confinement.

I suoi sinonimi (prendo dal Dizionario Le Robert) sono: isolement, enfermement, quarantaine, réclusion.

Anche in questo caso ci siamo.

Il termine però ha circolato poco ed è stato abbandonato forse perché evocava per assonanza il “confino”, una forma d’esilio praticata durante il fascismo nei confronti degli oppositori.

In realtà un altro termine ancora più appropriato esiste ed è appunto “clausura”, comune in ambito religioso, ma che può essere usata anche in senso laico.

Spogliata infatti del suo significato ecclesiastico, come un buon numero di autori ci autorizza a fare, la parola clausura appare non solo idonea a sostituire lo spigoloso lockdown (su otto lettere sei consonanti e due sole vocali) ma ha anche un bel suono e si giova della sua radice da clavis (chiave) quindi portatrice immediata del significato di doversi ritirare in un luogo appartato come misura di prudente salvaguardia.

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