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CGIL: la riforma Irpef è regressiva e penalizza chi ha di meno

La riforma Irpef, inclusiva di altre misure (decontribuzione temporanea nel solo 2022 e assegno unico per figli fino ai 21 anni) “resta prevalentemente regressiva, perseverando nel dare di più a chi ha di più e di meno a chi ha di meno”. Lo sostiene la Cgil che, sulla base di uno studio della Fp, contesta l’analisi sui benefici “cumulati” delle ultime tre riforme Irpef riportate dai media.

“In uno scenario di gravissima crisi economica, con una pandemia che non accenna ad allentare la sua morsa sul tessuto sociale del Paese, ci saremmo aspettati – afferma la Cgil – una riforma del fisco coraggiosa, attenta alle fasce più vulnerabili della popolazione e progressiva, dove chi ha di più contribuisce in misura maggiore e chi ha di meno riceve in misura maggiore. Oggi, invece, il Governo spreca l’opportunità di investire su una seria riforma del fisco dando tanto a chi ha già tanto e poche briciole a chi stenta ad arrivare a fine mese. Per questo motivo, la mobilitazione continua”.

 “I benefici della riforma Renzi e Gualtieri – spiega il sindacato – non si cumulano con l’attuale riforma, ma il bonus netto di 100 euro per redditi fino a 28 mila euro, da gennaio 2022 sarà fruito solo dai redditi inferiori ai 15.000 e il nuovo sistema di aliquote e detrazioni non riuscirà a compensare questa perdita. Di conseguenza, i benefici antecedenti non verrebbero oggi a sommarsi con l’attuale riforma, ma sparirebbero”.

“Se prima della crisi economica dovuta alla pandemia i benefici delle nuove misure fiscali si concentravano sui dipendenti con redditi medio-bassi – proseguono Fp e Cgil – l’attuale governo ha scelto di beneficiare le classi medio alte proprio in un periodo in cui abbiamo visto crescere le disuguaglianze nel nostro Paese. Infatti, come si può paragonare la riforma del 2014 con quella del 2022, quando fra l’una e l’altra vi è stata una pandemia globale e una recessione senza precedenti che ha acuito le disuguaglianze e gettato parte della popolazione in uno stato di precarietà, povertà e forte deprivazione? In considerazione di ciò, il contesto attuale avrebbe richiesto un intervento sulle fasce meno abbienti e più in difficoltà, anziché’ dedicare risorse pubbliche a dare di più a chi già riceve di più”.

Secondo lo studio, la riforma attuale premia le fasce di reddito superiori ai 40.000 euro, “dedicando alle altre benefici irrisori in termini assoluti e relativi”. In diversi articoli – prosegue a Cgil – sono apparsi calcoli sui benefici dell’attuale riforma su famiglie mono o bireddito con o senza figli, sommando interventi molto diversi tra loro, ovvero le modifiche all’Irpef con l’Assegno Unico Universale. Esse hanno destinatari diversi (contribuenti Irpef vs minori), natura diversa (fiscale vs sociale) e criteri di erogazione molto diversi (reddito personale vs ISEE del nucleo).

“Non è un caso – rimarca la Cgil – che la gran parte delle simulazioni ipotizzi nuclei monoreddito, gli unici che si possono prestare, in parte, ad analisi combinate”. Per la Cgil “non è opinabile che rispetto al 2021 l’intervento sull’Irpef fornisce vantaggi inferiori ai redditi più bassi, solo in parte mitigati da una decontribuzione temporanea, così come è certo che la platea potenziale dei cosiddetti “perdenti” nel passaggio all’Assegno Unico è composta da oltre un milione di nuclei, tutti caratterizzati dalla presenza di reddito da lavoro dipendente (e le perdite nel passaggio da ANF+detrazioni verso l’AUU saranno indennizzate al 100% per un solo anno, e non per tutti).

Per la Cgil, poi, buona parte delle analisi che provano a dimostrare quanto i redditi medi e bassi ricevano benefici maggiori rispetto ai redditi più elevati presentano “stratagemmi” contestabili: “Molto spesso l’incidenza del beneficio viene mostrata rispetto al reddito lordo della famiglia, mentre quello che conta per una famiglia è la quota del proprio reddito disponibile (netto) che avrà in più grazie alle riforme del governo. Mostrare l’incidenza su un reddito lordo, più basso di quello netto disponibile soprattutto per le famiglie più povere fa sembrare percentualmente più alti i benefici per le classi più basse rispetto alle classi più alte”.

Inoltre, “l’incidenza reale della riforma del fisco si deve desumere dal numero di famiglie coinvolte all’interno di ciascuna fascia di reddito. Per capire i reali effetti distributivi delle riforme, bisogna rispondere alla seguente domanda: quanti sono i contribuenti che dichiarano un salario pari o minore a 35.000 euro (ovvero i contribuenti che vedranno vantaggi unitariamente più scarsi in numeri assoluti)? Quanti sono i contribuenti che invece hanno un reddito superiore? La risposta – precisa lo studio – è che l’85% dei lavoratori e pensionati ha un reddito che si colloca sotto tale soglia”. “L’effetto distributivo – osserva la Cgil – è quindi concentrato sulle fasce più alte, ma pare che la gran parte dei i media nazionali oltre che il governo non hanno merito preso in considerazione questa semplice analisi della distribuzione dei contribuenti”.

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