«I prodromi» di una Pearl Harbor cyber «purtroppo, ci sono e sono noti. Mi riferisco all’escalation di ransomware e ad incursioni che hanno preso di mira alcune infrastrutture critiche. Il recente attacco hacker all’oleodotto americano della Colonial Pipeline ha mostrato al mondo il pericolo». È quanto sottolinea, in una intervista a la Repubblica, Luciano Carta, il presidente di Leonardo, la più importante azienda tecnologica nazionale.
«E una delle minacce più serie alla sicurezza nazionale» spiega «giunge proprio dall’eventualità che uno o più attacchi cyber minino l’operatività di infrastrutture che erogano servizi essenziali per i cittadini come energia, trasporti, sanità, banche, telecomunicazioni».
Di fronte all’innovazione tecnologica e alle problematiche poste dalla competizione cyber, il diritto internazionale non è rimasto indietro?
«Gli hacker fanno amicizia in fretta, mentre i governi necessitano di tempo per accordarsi. Un accordo internazionale per la lotta al cybercrime, di cui sentiamo tutti la necessità, deve avere caratteristiche nuove: essere molto flessibile e il suo processo di revisione e di affinamento deve essere altrettanto veloce».
Carta spiega che «il nostro Paese ha subìto e subisce attacchi hacker quotidiani nei settori dell’industria e della pubblica amministrazione. E non esistono perimetri impenetrabili: persino i sistemi informatici del Pentagono sono stati violati! Se il sistema sicuro per eccellenza è un’utopia, invece è necessario rendere più complesso, e dunque più costoso, un potenziale attacco hacker. Bisogna creare i modi per rendere la vita difficile ai sabotatori digitali. Oltre ovviamente a contare su strutture e capacità tecnologiche in grado di rilevarlo».








