Carlo Capasa (Presidente CNMI): «Entriamo in una nuova era, in cui il primato del Made in Italy va conservato e rilanciato per la prossima generazione»

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«Stiamo entrando in una nuova era, in cui il primato del Made in Italy va conservato e rilanciato per la prossima generazione». Così Carlo Capasa, Presidente di CNMI (Camera Nazionale della Moda Italiana), ha esordito parlando a MFF della kermesse maschile in programma dal 15 al 19 gennaio. «Siamo tutti più resilienti che mai». L’uomo rilancia da Milano, dunque, raccogliendo il testimone da Pitti Connect. A conferma di un sistema moda italiano che crede nel menswear, e nella necessità di fare squadra. Anche se le poche sfilate fisiche previste in origine, da Fendi a Etro si dovranno svolgere a porte chiuse, con la rinuncia illustre di Dolce&Gabbana.

Zegna aprirà le danze il 15 gennaio alle 15. Saranno 37 i brand presenti, scrive MFF, di cui sette per la prima volta, e sulla piattaforma digitale si troveranno stanze tematiche dedicate a sostenibilità e inclusione. Molte le assenze rispetto alle edizioni passate, visto che molti designer sperano di poter presentare collezioni co-ed in presenza a febbraio. Tra i big, con show virtuali, lunedì 18 sono da segnalare Msgm alle 13, Prada alle 14 e Tod’s alle 15. «Questa edizione della Milano Fashion Week si inserisce in un quadro di risposte concrete al mutato panorama del fashion system e vuole essere una soluzione dinamica alle complessità del presente», ha proseguito Capasa.

Quanto ai numeri dell’industria, pur nell’incertezza, Capasa può segnalare a MFF qualche segnale più positivo del previsto. «Abbiamo chiuso il 2020 con un calo del 27,5% rispetto al 2019, il che vuol dire 24 miliardi in meno su un fatturato che si aggirava intorno ai 90 miliardi di euro per il fashion system Made in Italy. Ma nel 2021 il recupero dovrebbe andare dal 6% al 15%». Partiamo dalla Fashion Week. Si pensava di sfilare fisicamente, ma si potrà solo a porte chiuse. Qual è il mood? «Siamo tutti più resilienti che mai. È un momento in cui tutti stiamo lavorando alla giornata, cercando di adattarci e di essere il più possibile reattivi. Siamo molto uniti, soprattutto le imprese, i grandi brand, gli artigiani: siamo tutti sulla stessa barca e stiamo cercando di collaborare. Ci aspetteremmo qualcosa in più dal governo».

Molte maison, come Armani, sperano nel co-ed a febbraio. «C’è stato uno spostamento a febbraio proprio in virtù di questa congiuntura sfavorevole su gennaio. Persino Pitti ha rimandato a febbraio. Cerchiamo di trovare il contesto migliore e ci auguriamo che a febbraio, con i vaccini, la situazione sia maggiormente sotto controllo. Certamente questo momento ha portato molti brand a posticipare le presentazioni da uomo e a scegliere il co-ed, gli aspetti che concorrono sono tanti e sicuramente uno di questi è la riduzione dei costi».

Parliamo dei numeri. La moda ha perso il-27,5%, cosa vi aspettate dal 2021? «Per il 2021 si intravede una prospettiva incoraggiante. Nella seconda metà potremmo recuperare una dozzina di punti. Perché se le cose migliorano la gente è disposta a fare quel “revenge shopping” a cui abbiamo assistito anche in Cina».

La vera incognita è l’occupazione. Una volta esaurita la cassa integrazione, ci sarà una contrazione? «La chiusura di aziende e negozi porterà inevitabilmente a una contrazione. In questo momento la nostra sfida importante è quella del Recovery Fund, che ci potrebbe dare la possibilità di far fare un salto in avanti al sistema Paese e alle imprese. Però, quello che vedo in questo contesto è tanto Stato e poche imprese. Va ammodernato lo Stato ma anche le aziende ed è una chance unica anche per la moda di rinnovarsi profondamente in direzione della digitalizzazione. C’è stato un cambiamento epocale: prima al centro c’era il prodotto, ora il consumatore. Questo cambia i processi, le dinamiche e la filosofia della nostra industria».

Quali sono le misure da prendere per tutelare la moda? «Se noi non realizziamo di stare entrando in una nuova era perdiamo un primato che per essere conservato va preservato. Sono tre le cose da fare: ripartire il prima possibile, si spera nella seconda metà del 2021, cercare di preservare le realtà anche piccole e artigiane dal grande valore in modo da supportare la filiera nel suo complesso e consentire, laddove ci saranno perdite di forza lavoro, di riqualificarle formandole all’interno non solo delle scuole ma anche delle aziende stesse. Aggiungo poi un quarto punto. Bisogna pensare seriamente al concetto di reshoring, con misure chiare, in modo da consentire ad alcune aziende di riportare in Italia le loro produzioni».

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