Carlo Bonomi (Presidente Confindustria): «Le imprese sono pronte, ma il lavoro resta ingessato»

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«Ora le imprese sono pronte. La trasformazione è possibile ma il lavoro resta ingessato». Lo afferma il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, intervistato da Federico Fubini per il Corriere della Sera.

Che impressione generale ha del piano di Recovery? «In Italia siamo tutti molto presi a valutare le singole misure: quanti miliardi qui, quanti lì. Invece quel che mi aspetto io dal Recovery è che diventi uno strumento di riforma trasformativa del Paese. Dell’economia e dello Stato. Pochi lo guardano in questa ottica, ma nell’introduzione al documento del presidente del Consiglio una visione c’è. Quindi la mia domanda è: quali riforme faremo per scaricare a terra quei duecento miliardi?».

Vuole dire che le riforme nel Recovery contano più dei trasferimenti? «Per me sì. Due aree, quelle sulla pubblica amministrazione e sulla giustizia civile, sono abbastanza declinate. Le altre non ancora. Le riforme già ben definite sono 5 su 47. Ma lì noi ci giochiamo tutto ed è la vera sfida con l’Europa, che ci sta dicendo: voi italiani potete mettere tutti i miliardi che volete sulle infrastrutture, ma perché stavolta dovreste riuscire a eseguirle se per fare opere sopra i 100 milioni di euro ci mettete in media 15,7 anni? Cosa ci fa pensare che entro il 2026 realizziamo, paghiamo e rendicontiamo opere per 200 miliardi?». Secondo Bonomi bisogna partire, dunque, «dalle semplificazioni, con il decreto di maggio».

Più di 200 interventi subito e un tavolo tecnico, nel quale però non sono coinvolte le imprese. «È il nodo del documento sul Recovery. Per 25 anni ci è stato detto che non c’erano risorse per sostenere i costi sociali delle riforme. Ora le abbiamo. Quel che manca nel testo, se si vuole, è la partnership pubblico-privato. Credo sia nell’interesse del presidente Draghi aprire su questo un’interlocuzione con il settore privato: lo svincola da chi vuole solo lo status quo».

Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando (Pd), sposa l’impianto del suo predecessore Nunzia Catalfo (M5S): punta sui centri per l’impiego e la cassa integrazione. «Non ci siamo. Usciremo da questa crisi in un mondo completamente cambiato, ma molti pensano che dopo si riparta da dove si era. Si cerca di difendere il lavoro dov’era e com’era, ma non è più. Vere politiche attive del lavoro questo Paese non ne ha mai fatte, salvo quelle legate al reddito di cittadinanza che non hanno funzionato. E come si pensa di risolvere? Assumendo nella pubblica amministrazione. Se l’obiettivo è aiutare cittadini e imprese di fronte alla burocrazia, siamo fuori strada. Possiamo mettere i miliardi che vogliamo in quest’area del Recovery, ma il mondo del lavoro resta ingessato».

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