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Carenza record: mancano 16mila dottori. Reparti sotto organico in tutta Italia | Lo scenario di Fondazione Gimbe

Negli ospedali italiani mancano circa 16,5 mila dottori.

Turni che si coprono a fatica, reparti costretti a lavorare con personale ridotto, visite che slittano perché non c’è nessuno a sostituire chi si ammala o va in ferie.

Una carenza che riguarda il servizio pubblico e che si è aggravata negli ultimi anni, mentre la popolazione invecchia e la domanda di cure cresce.

Eppure il paradosso resta: l’Italia continua a formare dottori, ma una parte sempre più ampia non resta negli ospedali pubblici.

C’è chi sceglie il privato, chi va all’estero, chi lascia corsie e turni diventati insostenibili.

I DATI

Il quadro generale è stato tracciato dall’8° Rapporto sul Servizio sanitario nazionale della Fondazione Gimbe, presentato nell’autunno 2025.

Nel 2023, secondo i dati Ocse, i dottori attivi in Italia erano 315.720, pari a 5,4 ogni mille abitanti, uno dei valori più alti in Europa.

Ma questo dato cambia peso se si restringe lo sguardo al servizio pubblico.

I dipendenti risultano poco più di 109 mila, mentre i convenzionati sono circa 58 mila.

Il resto è fuori dal sistema: professionisti che lavorano nel privato, che hanno lasciato il servizio pubblico o che hanno scelto l’estero.

Secondo le stime più aggiornate, quasi 180 mila professionisti sanitari hanno lasciato l’Italia tra il 2000 e il 2022, una tendenza che non si è arrestata fino ad oggi.

È su questi dati che si innesta la lettura di Gapmed, provider internazionale di servizi e soluzioni tecnologiche per il settore healthcare.

Incrociando le analisi Gimbe con dati Ocse, Agenas, FNOMCeO e fonti regionali, Gapmed mette in evidenza come la carenza non sia generale, ma concentrata: mancano dottori in alcune regioni e in alcune specializzazioni chiave, proprio quelle più esposte alla pressione quotidiana.

LE CRITICITÀ

Le criticità emergono già nella formazione.

Nel concorso per le scuole di specializzazione 2025-2026 circa 1 contratto su 6 è rimasto scoperto, nonostante l’aumento delle borse disponibili.

I vuoti si concentrano sempre nelle stesse aree: medicina d’emergenza-urgenza, radioterapia, microbiologia, farmacologia clinica, alcune chirurgie.

Specializzazioni decisive per il funzionamento degli ospedali, ma percepite come meno sostenibili per carichi di lavoro, turni e prospettive di carriera.

A pesare è anche la demografia.

In quarant’anni la quota di over 65 è raddoppiata, superando il 24% della popolazione, mentre gli over 80 sono triplicati.

L’aumento della domanda di cure, soprattutto per patologie croniche, non ha trovato una crescita parallela del personale disponibile nel servizio pubblico.

I PENSIONAMENTI

Sul medio periodo incombe poi la variabile dei pensionamenti.

Secondo le stime più recenti, tra il 2026 e il 2038 potrebbero uscire dal servizio pubblico circa 39 mila dottori, con un picco previsto tra il 2029 e il 2033.

Le disuguaglianze territoriali accentuano il problema.

Il Lazio è la regione con meno personale dipendente, 8,7 unità ogni mille abitanti, seguita da Campania (9), Sicilia (9,4) e Molise (9,8).

Distanze che si traducono in maggiore pressione sugli ospedali, servizi meno stabili e tempi di attesa più lunghi.

Negli ultimi anni sono state avviate misure per arginare l’emergenza: allentamento dei tetti di spesa, incentivi economici, riforma delle professioni sanitarie, maggiore flessibilità organizzativa.

Ma, come sottolineano sia Gimbe sia Gapmed, non basta aumentare i numeri in ingresso senza interventi sull’organizzazione del lavoro.

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