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Stefano Cappellini (Repubblica): «Quirinale: incognita dei partiti»

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L’incognita sul Quirinale continua a interessare il quadro politico-partitico. Partiti che, come sottolinea Stefano Cappellini, «sono stati, di fatto, commissariati» con il governo Draghi. «Ora» spiega «davanti al passaggio decisivo, l’elezione del presidente della Repubblica, tutte le forze parlamentari sono a un bivio: possono scegliere di chiudere questi cinque anni con un disastro in linea con le esperienze precedenti oppure riscattarsi e rilegittimarsi in vista della fine, comunque non lontana, della parentesi di unità nazionale».

«È la prima volta nella storia della Repubblica in cui uno dei candidati più accreditati al Quirinale è il presidente del Consiglio in carica» scrive su Repubblica. «Assecondare il suo legittimo desiderio di trasferirsi al Colle significa rischiare di precipitare il Paese in un pauroso vuoto di potere. D’altra parte, chiedergli di restare a Palazzo Chigi, come hanno fatto negli ultimi giorni quasi tutti i leader delle forze e politiche di maggioranza, significa però farsi carico di trovare una soluzione all’altezza e condivisa da tutte le forze che concorrono al governo».

«Perché a Draghi non si può chiedere al contempo di rinunciare all’elezione al Colle e continuare a governare per ancora un anno con una maggioranza già malferma di suo e per giunta squassata da un blitz presidenziale della sinistra contro la destra o viceversa. Quei partiti che hanno messo la stabilità in cima alle priorità per il 2022 devono muoversi coerentemente».

«Quindi, al netto delle fumisterie tattiche, anche qui le strade sono solo due: o un appello bipartisan che convinca Mattarella a restare in carica in nome di una emergenza non ancora superata o l’individuazione di un nome votabile da Conte, da Letta, da Di Maio, da Renzi, da Berlusconi, da Salvini e dagli altri piccoli azionisti della maggioranza. Pensare di lucrare sulle difficoltà che ciascuno dei due schieramenti ha al suo interno sarebbe una scelta miope, perché un terremoto che renda il Paese acefalo o instabile condanna chi vincerà le prossime elezioni a governare su macerie che né il centrosinistra né il centrodestra, tantomeno terzi e improvvisati poli, può pensare di affrontare con le sue sole forze. Il rischio» conclude Cappellini «è che i partiti si consegnino da soli allo stato di eccezione e all’ipoteca tecnocratica».

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