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Bisogna riflettere sul copyright e sulle regole per l’utilizzo dell’intelligenza artificiale | L’intervento di Elisa Giomi, commissaria Agcom

L’impiego dell’AI generativa nell’industria mediale e creativa sta mutando le dinamiche settoriali con innovazioni e tecnologie dirompenti.

Certo, i media non figurano tra gli ambiti di maggiore adozione – come i servizi finanziari con il 50% e le telecomunicazioni con il 37% dell’impiego – né tra gli otto che lo stesso AI Act europeo classifica come a maggior rischio.

Tuttavia sembriamo accorgerci della peculiare natura dei prodotti mediali – merci “simboliche”, capaci di produrre senso, influenzando la nostra visione del mondo e le nostre scelte – solo innanzi all’improvviso palesarsi delle inedite possibilità di contraffazione della realtà aperte dall’AI, che alimentano immaginari catastrofici a cui seguono spesso risposte emergenziali da parte dei decisori politici.

Mi occupo di media da abbastanza tempo per sapere che questo “strabismo”, che porta ad amplificare la percezione degli usi distorti a sfavore delle più numerose applicazioni benefiche, ha accompagnato ogni innovazione tecnologica, dalla stampa in poi.

Vale però la pena di demistificare alcune narrazioni che a mio parere contribuiscono alla demonizzazione della AI.

A partire dal tema forse più dibattuto quando si parla di industria culturale: il copyright.

Com’è noto, la vicenda monta nel dibattito pubblico con la denuncia del New York Times contro OpenAI e Microsoft a cui si accodano moltissimi news media, che impediscono ai crawler di ChatGpt (i software che raccolgono i dati da internet) di accedere ai loro contenuti.

E però come fai sbagli: proprio l’indisponibilità dei contenuti delle testate che hanno bloccato l’accesso, si insinua, darebbe un vantaggio alle testate di destra come Fox News o DailyCaller che invece accettano i crawler puntando così ad influenzarli con contenuti dall’orientamento politico a loro favorevole.

Ma soprattutto: se gli editori di informazione di qualità, di destra o sinistra che siano, consentono l’accesso solo a pagamento, i chatbot finiranno per alimentarsi di “robaccia”, ovvero di contenuti gratuiti presenti sul web.

“L’AI cattiva scaccerà la buona” è stato uno dei temi dibattuti sulla stampa qualche settimana fa.

Questo timore a mio parere si fonda su due presupposti fallaci.

In primo luogo la convinzione che l’AI generativa si alimenti solo o prevalentemente con gli articoli di giornale.

Al contrario, le risposte sono prodotte utilizzando l’intera “enciclopedia” presente sul web.

A seguire l’equazione per cui “gratuito = di cattiva qualità” e “a pagamento

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