«Agli esterrefatti che vedono lesa la libertà di licenziare e delocalizzare e a quelli che si accorgono solo dopo l’avviso comune “dell’andazzo” delle imprese che chiudono bisogna sempre ricordare che più si carica il lavoro di ideologia e di totem retorici e più si fa del male alle lavoratrici e ai lavoratori».
Lo scrive Marco Bentivogli, su Repubblica, commentando i licenziamenti collettivi alla Gkn e alla Gianetti.
«In teoria il decreto Dignità prevedeva la restituzione degli incentivi ricevuti alle imprese che delocalizzavano, ma in pratica quante imprese hanno cambiato i loro propositi di delocalizzazione? Zero. Non si fa la rivoluzione in via di principio e men che meno con una legge inefficace. Le direzioni aziendali di Gkn e Gianetti si sono comportate in modo indecente. Fare impresa implica un’assunzione di responsabilità verso il territorio. Una responsabilità che puntualmente sia le imprese nazionali che quelle straniere eludono. Le normative che riguardano il blocco dei licenziamenti non hanno mai impedito in questo anno e mezzo di licenziare nei casi di chiusura di stabilimento», continua.
«La disattenzione su industria e lavoro non è un fenomeno recente: nonostante il Covid, nel 2020 il numero di chiusure di imprese si è molto ridotto rispetto al 2019. Ma il calo è attribuibile alle chiusure dei tribunali e al blocco delle procedure fallimentari, allungando l’iter già lunghissimo. Quello che dovrebbe preoccupare è che, al netto della gigantesca quantità di risorse finanziarie per i ristori e i sostegni, le valutazioni sul rischio indicano un forte aumento del numero di imprese fragili».
«Su 640 mila società di capitali, il numero di quelle a rischio default è passato da 75 mila (11,8%) a 120 mila (18,7%). Ecco, bisognerebbe dare un po’ più di attenzione al lavoro. Si scoprirà che “l’andazzo” è il frutto del fallimento delle politiche sul lavoro, di nessuna capacità, da parte di chi è stato al governo in tutti questi anni, di sfida al capitalismo nostrano e sovranazionale e dell’assenza di una strategia vera», conclude.








