Il cambio euro-dollaro, stabilmente attestato in area 1,20, si candida a diventare uno dei dossier più delicati sul tavolo del primo Consiglio direttivo dell’anno della Banca centrale europea, in programma mercoledì e giovedì a Francoforte.
Il rafforzamento della moneta unica, infatti, rischia di esercitare nuove pressioni recessive nell’area euro.
L’inflazione, infatti, ha già mostrato segnali di raffreddamento, scivolando a novembre sotto l’obiettivo di medio periodo con una lettura all’1,9%, prima di risalire al 2% a dicembre.
La conferma, da parte della Bce, dei tassi al 2%, livello invariato dallo scorso giugno, appare largamente scontata.
Ma l’attenzione dei mercati sarà concentrata soprattutto sulle parole della presidente Christine Lagarde, chiamata a muoversi in un contesto che resta complesso, segnato da tensioni geopolitiche e da un crescente scollamento tra Stati Uniti ed Europa.
Uno strappo emerso con evidenza anche a Davos, sul dossier Groenlandia e più in generale sulle relazioni transatlantiche, culminato nelle minacce – poi rientrate – del presidente Donald Trump di imporre nuove tariffe agli alleati europei.
Il clima si è ulteriormente irrigidito dopo le pesanti critiche ai valori europei pronunciate dal segretario americano al Commercio Howard Lutnick, che hanno spinto Lagarde ad abbandonare la cena ufficiale organizzata da Larry Fink presidente del World Economic Forum.
Un episodio che segnala una frattura non solo politica ma potenzialmente anche economica, con effetti che potrebbero manifestarsi già nel breve periodo.
A complicare il quadro, la recente decisione della Casa Bianca di indicare Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve alla scadenza del mandato di Jerome Powell.
Una nomina che ha innescato una violenta reazione sui mercati dei metalli preziosi, con l’oro crollato di quasi il 20% in poche ore rispetto ai massimi e l’argento in calo di circa il doppio.
Considerato che nelle scorse settimane la Bce aveva difeso con forza l’indipendenza della Fed e la figura di Powell, è probabile che a Lagarde venga chiesto un commento sulla scelta americana.
Secondo gli analisti, il rally dell’euro nel 2025 è stato guidato più dalla debolezza del dollaro che da una rinnovata forza della valuta europea, penalizzato dalle incertezze sulle politiche tariffarie Usa e dai dubbi sull’autonomia della banca centrale americana.
“Il passato da falco di Warsh suggerisce una minore propensione a tagli aggressivi dei tassi, ma la sua storica difesa dell’indipendenza della Fed potrebbe rassicurare i mercati” – osserva Ebury.
Sul fronte dei dati, tuttavia, Francoforte può guardare con una certa soddisfazione alla resilienza dell’economia dell’area euro.
Nell’ultimo trimestre dello scorso anno, secondo Eurostat, il Pil è cresciuto dello 0,3%, un decimo oltre le attese, mentre su base annua l’espansione è stata dell’1,3%, superiore al consenso dell’1,2%, sostenuta dalla ripresa dei consumi e degli investimenti.
Numeri che rafforzano la valutazione della Bce secondo cui la politica monetaria si trova “in una buona posizione”, pur con la necessità di mantenere un elevato livello di vigilanza e la disponibilità ad agire in entrambe le direzioni.
Giovedì 4 febbraio si riunirà anche la Bank of England per la prima decisione di politica monetaria del 2026.
Anche in questo caso, il consensus è per una conferma dei tassi: il Bank Rate dovrebbe restare al 3,75%, dopo quattro tagli effettuati lo scorso anno.
Solo una minoranza degli analisti ipotizza una riduzione al 3,50%.
“Le comunicazioni recenti indicano cautela sul ritmo dei tagli e i dati restano contrastanti” – sottolinea Goldman Sachs, mentre Barclays osserva che la maggior parte dei membri del Monetary Policy Committee appare favorevole a una pausa.
Per Deutsche Bank, con un’economia più solida del previsto, la pressione per accelerare l’allentamento monetario è destinata ad attenuarsi.








