Arrivano i primi contenziosi sanitari, ma tre decreti sulla responsabilità professionale e la sicurezza delle cure sono ancora fermi

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp
Condividi su email

Ad ormai tre anni di distanza dall’approvazione della legge Gelli sulla responsabilità professionale e la sicurezza delle cure, si attende ancora il via libera agli ultimi tre decreti. Un’assenza, questa, che rischia di creare ripercussioni importanti proprio su quel personale sanitario protagonista negli scorsi mesi nella lotta contro il Covid-19. Iniziano infatti, come era prevedibile, ad arrivare le prime azioni legali e richieste di risarcimento da parte dei familiari delle vittime del coronavirus, ma medici e professionisti sanitari rischiano di non essere adeguatamente tutelati.

Il perché è presto spiegato: da una parte, infatti, proprio la mancanza dei decreti attuativi rischia di non rendere pienamente operativa la legge 24/2017; dall’altra, non è ancora stata approvata una norma specifica che regoli la responsabilità degli esercenti la professione sanitaria durante l’emergenza Covid-19, nonostante alcuni tentativi parlamentari andati per ora tutti a vuoto.

È Federico Gelli, presidente della Fondazione Italia in Salute e padre della legge che porta il suo nome, ad evidenziare la necessità di agire in entrambe le direzioni. “A mio avviso i professionisti devono poter contare sulla pienezza delle garanzie che la legge 24 può offrire. Sappiamo che l’iter dei tre decreti attuativi è pressoché concluso – spiega -. Una volta operativi questi tre decreti, il ministero della Salute potrà emanare il quarto decreto attuativo che istituisce il fondo di garanzia e di solidarietà per i pazienti che hanno avuto un danno dal sistema sanitario e non hanno potuto riscuotere il premio”.

“I decreti – aggiunge Gelli – devono definire aspetti che erano molto importanti già prima della pandemia. Alla luce di quello che è accaduto in tutto il mondo, a partire dal nostro Paese, sono ancora più indispensabili. Parliamo della formazione, della regolamentazione delle forme di autoritenzione del rischio, della definizione dei massimali, eccetera. Insomma, temi che hanno un impatto importante sulla vita dei professionisti”.

Ma come riuscirà ad ‘adattarsi’ la legge sulla responsabilità professionale al contesto straordinario dettato dall’epidemia di Covid-19? “La legge 24 spinge sulle forme di azione nei confronti delle strutture sanitarie. Però – spiega Gelli – se il sistema è a maglie larghe, è probabile che possa essere chiamato a rispondere delle sue azioni anche qualche professionista. La legge infatti fa riferimento al rispetto delle buone pratiche assistenziali e delle linee guida, che ovviamente non ci sono. Ma in quel caso di chi è la responsabilità? Nessuno sapeva cosa fosse l’infezione da Covid-19, ma in assenza di protocolli i professionisti potrebbero essere maggiormente esposti. 

Ecco perché come Fondazione Italia in Salute avevamo presentato una proposta di legge che avrebbe trattato in maniera straordinaria la responsabilità professionale nel periodo della pandemia, innalzando ulteriormente i livelli di protezione e di tutela per gli esercenti la professione sanitaria“.

Questa proposta di legge puntava a limitare la responsabilità di strutture sanitarie e professionisti solo in caso di evento dannoso riconducibile a dolo o colpa grave, definendo quest’ultima come la “macroscopica e ingiustificata violazione dei protocolli o programmi emergenziali eventualmente predisposti per fronteggiare la situazione in essere ovvero, in loro assenza, dei principi basilari che regolano la professione sanitaria e la prevenzione e gestione del rischio sanitario”. La proposta è stata poi ritirata insieme ad altri testi simili presentati in Parlamento “per consentire al Governo di fare una sintesi delle varie istanze», dice Gelli. «Ma una norma di questo tipo a mio avviso sarebbe stata la soluzione migliore”.

Se invece i protocolli adottati nella seconda fase dell’emergenza si rivelassero sbagliati ma fossero stati applicati in modo corretto da parte del professionista, la responsabilità ricadrebbe non su di lui ma su chi li ha prodotti: “Si tratta di una situazione talmente nuova e straordinaria – commenta il presidente della Fondazione Italia in Salute – che la stragrande maggioranza di medici e operatori sanitari ha rispettato le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, del ministero della Salute e delle Regioni. Se tali indicazioni dovessero rivelarsi non corrette, bisognerebbe andare a verificare la fonte della responsabilità”.

Insomma, in conclusione secondo Gelli “definire meglio la materia in riferimento al periodo della pandemia è nell’interesse dell’intera collettività. Di coloro che chiedono un giusto riconoscimento per l’eventuale danno che hanno subito ma anche degli operatori che si sono sacrificati a costo della vita durante questa pandemia”.

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.