Commentando quanto scritto ieri dal direttore Marco Travaglio, secondo il quale il ministro della Salute Roberto Speranza avrebbe appreso dalle agenzie della sostituzione del Commissario per l’emergenza Covid, Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano ragiona sul «rapporto funzionale, operativo o personale tra Mario Draghi e i suoi ministri».
«Il giorno del varo del governo, celiando (ma fino a un certo punto) avevamo immaginato che ci fossero distanze diverse tra il premier e i membri dell’esecutivo, un po’ come Ignazio Silone descrive in Fontamara la lontananza tra “il principe Torlonia padrone della terra” e i suoi sottoposti».
«Un paragone scherzoso – premette Padellaro -, ma che forse ci aiuta a comprendere il disagio di un ministro considerato troppo lontano da Palazzo Chigi per essere consultato. O quantomeno avvertito della sostituzione di un pezzo fondamentale della strategia sanitaria nella presente emergenza».
«Intendiamoci, niente che non si sia visto prima nella storia delle relazioni intergovernative, spesso funestate dalla caratterialità dei personaggi. Ipotesi del tutto fuori luogo nel caso di Draghi, della cui cortesia formale e istituzionale nessuno può dubitare».
«Resta l’interpretazione politica, e cioè l’esistenza di un cerchio di stretta fiducia a cui il premier ha delegato i dicasteri strategici, e di cui evidentemente Speranza non fa parte. Si è già molto scritto di alcuni pochi ministri scelti personalmente da Draghi, mentre tutti gli altri sono frutto delle indicazioni dei partiti (e che infatti hanno saputo della nomina dai tg, come del resto la pletora dei sottosegretari)».
«Con la differenza che il ministro della Salute dovrebbe, in questa fase e con ogni evidenza, agire in stretto contatto e in piena fiducia con il quartier generale. A tutela di tutti. Altrimenti, o si cambia il metodo o si cambia il ministro».








