«Siamo vittime di una distorsione ottica. Avevamo creduto al governo dei migliori, ci troviamo di fronte a un pericoloso ircocervo che prima ci ammalia e poi ci atterrisce». Andrea Malaguti sulla Stampa a proposito dei nuovi sottosegretari fa riferimento a un «subgoverno dei peggiori».
E spiega: «È come se ogni cosa fosse fuori fuoco. Da un lato Draghi e i suoi tecnici superqualificati, algoritmi a sangue freddo apparentemente capaci di tutto, ma di discutibile empatia e abituati a fissare il nulla con un’espressione messa a punto negli anni, dall’altro gli ego arroventati e le competenze rudimentali di leader politici (absit iniuria verbis) che a meno di due settimane dall’insediamento del nuovo esecutivo extralarge hanno ripreso a gracchiare, insensibili al dovere del contenimento istituzionale».
«Un governo afflitto da un evidente disturbo bipolare. Dell’umore, del sapere e persino dell’essere. Così, mentre Salvini e Zingaretti litigano sull’ipotesi di lockdown pasquale, come se non facessero parte della stessa squadra e fossero concentrati su una poco probabile (eppure spesso evocata) campagna elettorale estiva, la scelta dell’Armata Brancaleone dei sottosegretari solleva dubbi sugli orizzonti di un premier che è costretto ad accettare la convivenza tra la sua marziale task force da Recovery e il rumoroso pollaio che gli è cresciuto intorno».
«Draghi non ha i numeri per fare da solo, ma per quanto il panorama dei partiti sia sconfortante, aveva il carisma per fare di più. I profili dei sottopancia da ministero farebbero ridere se non fossero imbarazzanti. Non importa che Palazzo Chigi si affretti a prendere le distanze dai nuovi sottosegretari pretesi dalla politica».
«Anzi, è persino un’aggravante. Il governo, l’intero governo, dipende dal premier, risponde a lui, lo rappresenta e soprattutto ci rappresenta. L’ex numero uno della Bce ha poca dimestichezza con i social, ma se ieri avesse investito mezz’ora del suo tempo a leggere i tweet corrosivi dei connazionali, avrebbe capito in quale guaio si è ficcato».
«Stavolta non per colpa del veleno dei leoni da tastiera, ma della qualità sconfortante dei nuovi capetti di seconda fila. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sostiene lucidamente che il pane lo si può fare solo con la farina che danno gli italiani, ma è complicato pensare che fosse impossibile fare meglio di così».
«A meno che non abbia ragione il filosofo Alain Deneault a sostenere che i poteri costituiti non deplorano i comportamenti mediocri, li rendono inevitabili. Sarebbe bello che almeno Mario Draghi si sottraesse alla regola. Se non è troppo tardi».








