Le azioni Telecom corrono il rischio di catalizzare l’attenzione e offuscare altre evidenze e possibili affari per gli investitori, a causa dei loro forti movimenti giornalieri. Qualche numero può aiutare. La capitalizzazione di borsa di Telecom, azioni ordinarie e risparmio, dopo i rialzi delle ultime settimane, è di circa 5,5 miliardi. Il debito finanziario netto supera i 25 miliardi, cinque volte tanto.
L’Ev-Enterprise Value di Telecom, il valore che il mercato attribuisce al business operativo, è dunque poco superiore a 30 miliardi (in gran parte rappresentato dal valore della rete), di cui solo un quinto rappresentato dal capitale azionario. Il grosso, dunque, è nelle mani di chi investe sul debito. Ma se il capitale azionario è misurato in tempo reale dalla borsa, il valore del debito è convenzionalmente rapportato al nominale, nel presupposto che le obbligazioni e i debiti bancari (pochi rispetto ai bond) siano rimborsati a 100. In realtà, sul mercato in questo momento i prezzi sono sotto il valore nominale.
La ragione, più che nel merito creditizio non eccelso, sta nel rialzo dei tassi degli ultimi 12-18 mesi. La settimana scorsa Telecom ha emesso alla pari un bond con scadenza 2028 e cedola del 6,875%. Negli stessi giorni il prezzo del suo bond senior di lunga scadenza, marzo 2055 con cedola 5,25%, è attorno a 78; con un rendimento annualizzato, tra cedole e rimborso alla pari, superiore al 7,6%. Considerato che oltre i 5-10 anni le curve sui tassi si appiattiscono, il differenziale di rendimento e, soprattutto, lo scarto rispetto a 100, sono notevoli. Ancor più se si considera che per parte del 2021 tale bond, in virtù della lunga durata e del buon tasso nominale, era arrivato a sfiorare il prezzo di 130. Il prezzo attuale, quasi dimezzato, non sconta tanto all’andamento del business, che casomai è leggermente migliorato, quanto lo scenario macro.
Difficile prevedere di quanto scenderanno i tassi, difficilmente ai livelli del 2021. Ma su un orizzonte temporale di medio periodo, in cui l’inflazione certo si raffredderà, questi numeri mostrano il potenziale di valore insito nel debito di Telecom, in percentuale e in valori assoluti, stante l’ammontare in circolazione. Chi potrebbe trarne il massimo beneficio e come? A prescindere dalle previsioni sui tassi, a un investitore/acquirente che ne migliorasse il merito creditizio, potrebbe convenire acquistare la maggiore parte possibile dell’Enterprise Value di Telecom.
Non solo mediante il controllo delle azioni, ma anche delle obbligazioni. E quanto più debito fosse in grado di acquistare, tanto maggiore sarebbe il guadagno, una volta migliorato il rating, pur non cambiando di per sé, nel breve termine, il valore operativo di Telecom, pur con un nuovo proprietario che portasse più solidità finanziaria. L’indiziato ideale? Difficile pensare a fondi di private equity, con strutture finanziarie generalmente a leva, poco utili a migliorare il rating. Improponibili, visto il contesto politico, grandi gruppi esteri. Resta lo Stato italiano, direttamente (Mef) o indirettamente (Cdp), se riesce a far valere la sua BBB- rispetto alla BB- o B+ di Telecom.
Lo sforzo potrà impensierire, ma rappresenta una briciola del debito pubblico. E se le premesse sono corrette, oltre a riportare la rete sotto il controllo pubblico, lo Stato potrebbe anche farvi un affare. Una rivalutazione del 20% circa sul debito in circolazione significherebbe un guadagno di 5 miliardi da spartire tra i debt holders, pari al 100% del valore delle azioni, che peraltro non bisogna nemmeno acquistare in blocco per averne il controllo.
Chi avesse in mano quote rilevanti del debito (e su questo fare utili) avrebbe anche più spazio di manovra per fare quadrare i conti che oggi sono tirati, tra richieste di Vivendi ed esigenze aziendali. Il governo in carica potrebbe raggiungere un obiettivo dichiarato e, insieme, trarne un guadagno; tanto più eclatante considerato che un precedente esecutivo aveva spinto Cdp ad acquistare il 9% di Telecom, con un investimento che per ora è in forte perdita.
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