Il price cap sul gas – scrive Walter Galbiati su Repubblica – è al tempo stesso una vittoria e una sconfitta. Una vittoria nei confronti della Russia, una sconfitta per le politiche energetiche dell’Europa.
Una vittoria perché l’Unione europea si è di nuovo coesa, come aveva fatto in occasione prima delle sanzioni e poi delle forniture di armi all’Ucraina, per contrastare l’espansionismo russo.
E lo ha fatto di nuovo sul fronte economico (affrontando per la prima volta un tabù, quello dell’energia), dove a volte si fa più male che con le armi. in realtà tra i due tetti, fissati in rapida sequenza uno dietro l’altro, quello che fa più male all’economia russa è quello sul greggio.
Innanzitutto perché su 320 miliardi di dollari di esportazioni di gas e petrolio nel 2022, ben 220 miliardi sono da attribuire al petrolio.
Il prezzo del gas, è stato fissato a 180 euro a megawattora, partirà il prossimo 15 febbraio ed entrerà in funzione solo quando il prezzo di mercato rimarrà per tre giorni al di sopra di quella soglia, con uno spread rispetto al gas liquido di 35 euro.
Ma il price cap rappresenta anche una sconfitta per le politiche energetiche dell’Unione europea, perché non stimola la ricerca di fonti alternative, ma semplicemente sposta la fornitura altrove.
Alla Russia stanno subentrando l’Algeria, il Qatar, gli Stati Uniti e la Norvegia, trasferendo di fatto i soldi dei cittadini europei sempre nelle tasche di altri Paesi, alimentando la domanda di gas e perfino il prezzo. Meglio sarebbe stato incentivare la transizione energetica, fissando non uno sconto sul gas ma un incentivo a chi utilizza energia rinnovabile.
Lo stesso vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, presentando a luglio il piano emergenziale per le forniture di gas dell’Ue, aveva sottolineato che «il costo di transizione alle rinnovabili è più basso rispetto all’andare avanti con i combustibili fossili» e «più economico rispetto allo status quo».
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