La Stampa con Vladimiro Zagrebelsky prova ad analizzare il flop referendario che, osserva l’editorialista, “si inserisce in una serie di esiti negativi, che ogni volta hanno specifiche ragioni, ma che nel suo complesso indica la crisi non tanto dell’istituto referendario in sé, quanto dell’uso che ne viene fatto e nella proposizione dei quesiti.
Essi – scrive l’editorialista – spesso ritagliano in modo creativo le norme che dovrebbero essere abrogate e sono molto tecnici nella formulazione e negli effetti. A volte poi la questione posta non è risolvibile con una netta risposta con il voto affermativo: in ogni modo sarà necessaria una legge.
Cosicché i promotori, che se ne rendono conto, presentano la loro iniziativa come diretta a spingere il Parlamento a provvedere. Non, quindi, il popolo che elimina una norma che disapprova, ma il popolo che scuote un Parlamento che esso stesso ha eletto e che non provvede.
Una distorsione dello scopo – sottolinea Zagrebelsky – che è proprio dei referendum abrogativi, comprensibile frutto dell’inerzia del Parlamento, ma difficilmente idonea a mobilitare l’elettorato.
In ogni caso, anche con esito positivo del referendum, nulla assicura che un Parlamento inefficace invertirebbe la sua inerzia provvedendo con una nuova legge. Il fallimento degli ultimi referendum è particolarmente significativo.
Intanto i quesiti erano incapaci di indicare una chiara valenza politica alla collaborazione tra la Lega e il gruppo di Radicali per la raccolta delle firme necessarie a dar inizio alla procedura referendaria.
E poi le firme ottenute non sono state utilizzate e depositate in Cassazione per il loro controllo, mentre i referendum sono stati introdotti da cinque Consigli regionali a maggioranza variamente di destra.
Ma, a parte questi elementi, capaci di intorbidare il senso politico della iniziativa, erano i quesiti stessi ad essere inidonei a invogliare gli elettori ad esprimersi.
Nulla nei quesiti referendari, se anche fossero stati approvati, avrebbe avuto la benché minima capacità di incidere sui problemi che affliggono la giustizia.
Se gli elettori fossero assimilabili ai consumatori (consumatori di informazioni), sarebbe da richiamare la pubblicità ingannevole. Così, a una certa disaffezione per l’istituto referendario (e per le votazioni in generale) – conclude – si è unito il non voto di chi non aveva potuto capire il senso dei quesiti”.
Per saperne di più:

Patrizia Micucci, fondatrice di Aurora Growth Capital, sul contributo delle banche italiane: “Da pre...

Letizia Moratti: “La democrazia tutela anche chi la combatte”

Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia, sul Silver Act e la longevità: “Non basta v...

Donato Candiano, manager di Omron, sul futuro dell’automazione: “L'IA è un aiuto, non un danno. L'Eu...

Renzi, l’anti-Meloni. Ma ha un nemico implacabile | L’analisi di Marcello Veneziani






