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Vi racconto la debolezza dei partiti e la disaffezione dei più poveri | L’analisi di Piero Ignazi

Il lamento per la scarsa partecipazione elettorale trascura alcuni aspetti cruciali delle analisi del comportamento di voto.

Il primo è che esiste un calo tendenziale in tutte le democrazie mature.

Talvolta questo trend si inverte.

E ciò accade in occasione di scontri politici considerati decisivi e molto mediatizzati.

Ultimo, il caso delle elezioni politiche francesi dello scorso giugno-luglio in cui la partecipazione è nettamente aumentata perché l’ipotesi di una vittoria dei lepenisti di estrema destra da un lato, e il lavoro militante della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon nelle periferie degradate e presso la comunità immigrata dall’altro, aveva (ri)portato al voto molte persone solitamente disinteressate a partecipare.

Il secondo fattore riguarda i partiti politici.

Sono loro che intervengono sulla scena pubblica per informare e convincere.

Ma se sono continuamente bastonati dai media, impoveriti da non avere mezzi neanche per stampare i manifesti o volantini, e investiti da richieste impossibili – e i dirigenti devono essere dei santi e dei geni allo stresso tempo e non si pretende nulla di meno – non c’è informazione.

Tra l’altro, in assenza di copertura nazionale, una certa quota non sapeva neppure che si votava per quell’oggetto indefinito e nebuloso che sono le regioni (e a questo proposito conta molto la scomparsa dei quotidiani locali).

Infine, e non si può che accennarlo per la sua rilevanza, qual è oggi l’appeal della democrazia parlamentare?

Problema di grande portata su cui ci si interroga da tempo per prefigurare alcuni strumenti integrativi (ed anche alternativi nelle soluzioni più radicali) per rinvigorire il sistema democratico.

Tra questi la democrazia deliberativa, vale a dire assemblee di cittadini che discutono e propongono soluzioni vincolanti ai decisori, le conferenze cittadine, per la verità sperimentate senza successo in Francia, e altri strumenti di partecipazione che si affianchino alle elezioni per rinvigorire l’interesse e la convinzione di poter incidere e decidere.

Ultima considerazione a latere: i non votanti sono anche i meno istruiti, i meno informati e in definitiva i più poveri.

Quando c’era una prospettiva di cambiamento e miglioramento sociale c’era maggiore “speranza”.

Ma gli attuali e quelli che si prospettano sono tempi cupi.

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