Walter Galbiati su Repubblica avverte che l’Italia deve evitare manovre scriteriate se vuole restare e diventare sempre più un luogo appetibile agli investitori.
Una però il governo Meloni l’ha già compiuta e ora si appresta a compierne un’altra, a meno che non si ravveda.
Con la tassa sugli extra profitti delle banche (giusta o no), in un sol giorno ha bruciato il 10% di capitalizzazione di tutti gli istituti di credito quotati.
Ma quel che più ha pesato non è stata la svalutazione dei titoli, in parte poi recuperata, ma la perdita di credibilità del Paese di fronte ai grandi investitori istituzionali.
Ora è la volta del Ddl Capitali.
Un testo che ha la pretesa di migliorare parti del Testo unico della finanza scritto da Draghi nel 1998 e che, tra le altre cose, dovrebbe facilitare l’ingresso di capitali in Italia, indispensabili per far crescere le aziende quotate e no, e con esse l’economia italiana.
Peccato che a leggere gli emendamenti preparati dai relatori Orsomarso (FdI) e Damiani (FI), e quindi con grande probabilità di essere approvati, si abbia la sensazione che si vada nella direzione opposta, quella di allontanare i grandi capitali dal Paese.
Il più grande errore consiste nel rendere le società quotate ingovernabili nel tentativo di voler depotenziare il meccanismo della “lista del cda”, ovvero la prassi che consente al consiglio di amministrazione uscente di presentare all’assemblea la lista dei nuovi consiglieri da eleggere.
Per i relatori, e per chi ha suggerito loro questa proposta, la “lista del cda” non sarebbe altro che il tentativo dei manager di perpetuare il proprio potere.
In realtà si tratta della più diffusa prassi all’interno delle società quotate tanto che capita quasi sempre che l’assemblea, composta per lo più da investitori istituzionali, qualora ve ne sia una, voti la lista del cda. È un emendamento al Tuf di cui il mercato non avverte la necessità e dannoso per la credibilità dell’Italia di fronte ai grandi investitori.








