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Una manovra piatta e senza spinta per il futuro | L’analisi di Elsa Fornero

“Una manovra senza infamia e senza lode”.

Così l’ex ministra del Lavoro Elsa Fornero definisce, sulla Stampa, la legge di bilancio 2025.

“Il debito pubblico – scrive Fornero – è tenuto a bada (grazie ai vincoli europei) e non ci espone a rischi di crisi finanziaria ma, al tempo stesso, non viene data al Paese la spinta necessaria perché possa «prendere il largo».

Continueremo quindi a galleggiare, consolandoci che gli altri non sembrano fare meglio di noi.

Per inquadrare questo giudizio, proviamo a fare due conti.

Nel 2025, secondo le più accreditate stime, il Pil italiano crescerà meno dell’1%, per un valore in euro di circa 17-19 miliardi di risorse aggiuntive.

Se a questi si toglie il logoramento dei beni utilizzati nell’anno per la produzione, se ne deduce che il 2024 aggiungerà alle risorse nazionali circa 15-16miliardi che, divisi per i 59 milioni di abitanti, fanno circa 250 euro addizionali nell’anno a testa, ossia poco più di 20 euro al mese.

E tutto questo nonostante una manovra di bilancio che prevede circa 30 miliardi di spese pubbliche, finanziate per 20 miliardi da maggiori entrate (dicasi «tassazione») e per 10 miliardi da indebitamento.

Questi calcoli, aridi e sommari, ignorano il fatto che a parità di media qualcuno potrà godere di un aumento delle proprie risorse mentre qualcun altro subirà una diminuzione.

In ogni caso, essi mostrano che la manovra non cambierà il nostro destino”.

“Qualcosa di buono c’è – ammette Fornero – ma è troppo poco per cambiare il futuro del Paese, soprattutto quello dei giovani”, perché “gran parte della manovra è destinata alla «cura salariale attraverso il fisco»: ossia l’aumento dei salari netti attraverso una riduzione del prelievo fiscale loro riservato”, mentre si sarebbe “dovuto mostrare maggiore incisività sul lato delle spese per istruzione, salute, innovazione, ricerca, investimenti, politiche per il lavoro e per l’immigrazione, capitoli che sono ancora una volta i grandi assenti della nostra politica economica”.

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