Il Teatro Massimo di Palermo si ferma per la seconda volta nella sua storia, ma online dà vita al festival liquido.

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Il fantasma dell’Opera ha ispirato un romanzo con l’omonimo nome, scritto da Gaston Leroux nel 1910, che ha rilevanza universale. Esso nasce da una leggenda legata alla costruzione del grande teatro parigino, quella di un giovane pianista, sfigurato in pieno viso.

Tutto avviene nella notte del 28 ottobre del 1873, quando nell’incendio del vecchio teatro di Parigi, un pianista di nome Ernest riuscì a fuggire, appunto rimanendo deturpato. La sua fidanzata, ballerina dell’Opera, con cui doveva sposarsi il giorno dopo, perse la vita. Ed Ernest, considerato anch’esso morto, si rifugiò all’interno del nuovo teatro in costruzione: l’Opera, dove vivrà il resto dei suoi giorni. Tante vicende anomale accadute al celebre teatro parigino, sono state attribuite dal popolo a tale fantasma. Nel 1907 alcuni operai trovarono un cadavere nei sotterranei e si pensò che fosse quello di Ernest.

Si è evocata tale storia perché vi è un teatro italiano, di cui andremo a narrare, che ha anch’esso una leggenda ed il suo fantasma. Parliamo del Teatro Massimo di Palermo.

Avvenne la circostanza che i lavori della sua costruzione durarono 23 anni ed il motivo di tale ritardo fu attribuito ad una leggenda. Quale? La presenza del fantasma di una suora, che si dice fosse uscita dalle tombe dei cimiteri di precedenti chiese e monasteri preesistenti su quel suolo. Tale fantasma ha l’appellativo di “monachella”.

Ora usciamo dalle leggende nate ed alimentate per ammantare del fascino del mistero castelli e luoghi di ogni genere, e percorriamo la storia del Teatro Massimo Vittorio Emanuele di Palermo.

Nella metà dell’Ottocento, nella città etnea, si iniziava a parlare di costruire un grande teatro. Il sindaco Starabba, nel 1864 diceva che bisognava edificare un teatro corrispondente ai bisogni della crescente popolazione. Così indisse un concorso che includesse sia architetti italiani che stranieri.
Nel 1868 furono individuati cinque progetti vincitori e la scelta definitiva ricadde su Giovan Battista Filippo Basile, che alla sua morte venne sostituito dal figlio Ernesto Basile. Ma bisognò attendere il 12 gennaio del 1875 per porre la prima pietra. I lavori ebbero lungo periodo per completarsi, anche a causa di una sospensione che va dal 1878 al 1890.

Sette anni dopo, nel maggio del 1897, avvenne la solenne inaugurazione. L’opera scelta fu il Falstaff di Giuseppe Verdi.

La costruzione arrivata alla luce era di dimensioni importanti. Il Massimo, infatti, è un teatro imponente, il terzo d’Europa per estensione archittonica. Con i suoi 7.730 metri quadrati viene solo dopo i 12.000 dell’Opera di Parigi e il Wiener Staatsoper di Vienna. Ma alla sua apertura, il suo palcoscenico di 450 metri quadrati era il più grande del continente.

Vedendolo dall’esterno si ha la sensazione di un tempio. Un tempio della musica e della lirica. Con tuti i suoi ingredienti, ovvero: una grande scalinata, sei maestose colonne corinzie, due leoni di bronzo, un frontone di architettura greco romana, grandi finestre ad arco ed una cupola di quasi trenta metri di diametro.

Il Massimo di Palermo nacque in un’epoca in cui a Palermo vi era una grande effervescenza culturale. A tal epoca corrisponde la costruzione di case della musica, della cultura, della prosa. Ed esso rappresenta un luogo d’identità, non solo per il suo pubblico, ma per tutta la comunità. Tale teatro è storia e vita di un città, oltre ad essere un’istituzione culturale.

Oltrepassato l’ingresso del Massimo, si entra in un luogo senza tempo. Il foyer ha una forma rettangolare con il colore dominante “rosso ottobrino”, dipoi vi è la “Sala degli Specchi” sino ad arrivare alla “Sala Grande”. Essa è a ferro di cavallo e gode di un’acustica proverbiale. In qualunque luogo ci si pone, si riesce ad ascoltare con assoluta fedeltà ciò viene proposto.

La struttura è di cinque ordini di 31 palchi, oltre al loggione. E al centro del secondo ordine vi è il palco reale, rivestito internamente in mogano. Esso gode di 27 posti, con foyer privato. Nel centro entra in scena un grande lampadario di Murano.

Ai lati del teatro vi sono due sale, quella Pompeiana e la Sala Onu. Nome acquisito recentemente. Poi abbiamo la “Sala degli Stemmi”.

Se andiamo a vedere qualche lampo dell’attività del Teatro Massimo, nel 1903 abbiamo la prima assoluta de “La Barberina” del Marinuzzi, nel 1912 “La baronessa di Carini”, nel 1941 “La Solfatara” di Mulé, nel 1967 “Il Gattopardo” del compositore Angelo Musco.

Ma nel 1974 avvenne una battuta d’arresto. Molti teatri italiani hanno avuto nella loro storia momenti difficili, a volte drammatici. Anche il Teatro Massimo di Palermo, che rimase chiuso per 23 anni. Lungaggini burocratiche, bracci di ferro di competenze, restauri interminabili. Esso viene riconsegnato alla città nel 1997, con un concerto in due parti, la prima diretta da Mannino la seconda da Claudio Abbado.

Poi arriva la seconda battuta di arresto, di origini esterne al teatro, come quella di un’emergenza sanitaria. Il 9 marzo del 2020 la chiusura per covid. Il sovrintendente Francesco Zambrone annuncia: “Non vi lasceremo senza musica. Ve la porteremo a casa tramite smartphone, computer e Tv”.
Inizia subito un’intensa attività di proposte. Sino al 5 luglio, quando il Massimo riapre con uno spettacolo che è un inno alla pietà umana, in linea agli avvenimenti dell’attualità. La monumentale scalinata viene animata da un video che rimanda: cascate di acqua, lame di fuoco, mani che si stringono.

Si inaugura quello che viene definito un “festival liquido”, un cartellone che deve tenere conto della pandemia. Infatti a novembre scatta la nuova chiusura. All’esterno del teatro compare uno striscione con la scritta: “Non vi lasceremo senza la musica”. E così tutto si trasferisce sul web, con una programmazione pensata ad hoc per tale strumento. Con una dotazione di telecamere per riprendere balletti eseguiti dal vivo, un braccio dolly per eseguire riprese di tipo cinematografico. Insomma il Massimo si trasforma all’occorrenza in un teatro pensato in un’ottica televisiva. In attesa che si compia la terza riapertura della sua storia.

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