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Sorpresa: la giustizia amministrativa funziona. Ecco perché | L’analisi di Nicola D’Angelo, consigliere di Stato, e Stefano Mannoni, professore alla facoltà di Giurisprudenza di Firenze

Riforme, riforme! Nel dibattito pubblico non si parla d’altro, al punto che il cittadino, frastornato, si domanda se esiste un pilastro dello Stato che non necessiti di radicali ristrutturazioni. A questa irrefrenabile pulsione concorrono peraltro anche le dotte dissertazioni di insigni giuristi. Eppure qualcosa funziona, per esempio la giustizia amministrativa. Non è solo un’asserzione confortata dai dati statistici che attestano una riduzione sensibile degli arretrati e il celere smaltimento dei nuovi ricorsi.

Le ragioni di questo successo sono più profonde come ha spiegato in una colta ed elegante conferenza ai Lincei, tenuta l’11 gennaio scorso, il presidente del Consiglio di Stato Luigi Maruotti. Il titolo? Libertà fondamentali, poteri pubblici. La tutela del giudice amministrativo. Scelta molto pertinente quest’ultima perché se non c’è dubbio che l’interesse legittimo è lo scudo dell’individuo di fronte allo Stato, le radici della esistenza di un giudice ad hoc vanno oltre la semplice riparazione del torto subito. È vero infatti che, a differenza del giudice civile e penale che guarda al passato, il giudice amministrativo orienta la sua azione al futuro, poiché il suo scopo è quello di assicurare al ricorrente il bene della vita indirizzando a questo fine il comportamento della pubblica amministrazione. Caratteristica unica e insostituibile del giudice amministrativo è infatti quella di soppesare gli interessi in conflitto garantendo proporzionalità, ragionevolezza, adeguatezza dell’azione pubblica.

È nientemeno che l’epifania di quella “evoluzione miracolosa dello stato di diritto” di cui parlava Silvio Spaventa, l’ideatore nel 1889 della quarta sezione del Consiglio di Stato, che ha dato la stura appunto alla giustizia nell’amministrazione. E certamente il discorso di Luigi Maruotti sarebbe piaciuto al padre nobile del contenzioso amministrativo perché ne rispecchia appieno il significato profondo. Di cui un indizio prezioso è il giudizio di ottemperanza, peculiarità del sistema italiano, mediante il quale il giudice non si limita a cassare la decisione illegittima dell’amministrazione ma porta in dote al cittadino il bene della vita oggetto della sua ragionevole aspirazione.

Immaginiamo tutto il mondo dell’economia, degli appalti, della regolazione: come potrebbe un giudice che non agisse per la giustizia nella amministrazione governare il triplice scopo della legalità, della effettività e della efficienza? Sempre su questa falsariga si iscrive la tutela cautelare che possiede anch’essa un lontano progenitore nel grande processual-civilista Giuseppe Chiovenda. Il decreto monocratico presidenziale è poi la testimonianza del fatto che il suo richiamo alla salvaguardia del giusto processo (nei tempi, negli effetti) non è andato perduto. Si potrebbe però obbiettare sul tema, con una punta di malizia, che il Consiglio di Stato italiano non beneficia dello smalto del suo omologo francese.

Perdonateci la libertà di prosa: e ti credo! Il Consiglio di Stato italiano deve vedersela con il contenzioso senza il filtro di corti di appello amministrative regionali; senza il beneficio di sentenze motivate in modo estremamente succinto; e – ammettiamolo infine – senza avere al suo cospetto un’amministrazione ancora molto centralizzata, presidiata dagli enarchi e dai grandi corpi dello Stato. Certo, anche la giustizia amministrativa può essere migliorata, soprattutto dando maggiori strutture di supporto ai magistrati (e nonostante la vulgata la stragrande maggioranza di loro lavora a tempo pieno). Ma per carità, fateci la grazia: non usate la parola riforma!

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