Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Roberto Sommella (Milano Finanza): «Per l’Italia ottenere le risorse del PNRR può essere una scalata dell’Everest»

In un celebre discorso nel 1946 a Zurigo Winston Churchill indicò lo spirito che si doveva perseguire nell’Europa del dopoguerra. “Per evitare che tornino le epoche buie c’è un rimedio. E qual è questo rimedio sovrano?”, si chiese. “Esso consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei, o in quanto più di essa possiamo ricostituire, e nel dotarla di una struttura che le permetta di vivere in pace, in sicurezza e in libertà. Dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa. Solo in questo modo centinaia di milioni di lavoratori saranno in grado di riconquistare le semplici gioie e le speranze che rendono la vita degna di essere vissuta”.

Sembrava un obiettivo impossibile ma i fatti gli hanno dato ragione e 64 anni dopo il Trattato di Roma, l’Europa e l’Italia sono chiamati a una nuova, per fortuna meno gravosa, opera di ricostruzione post pandemia. Ma sarà così facile costruire una nuova Europa con i fondi del Next Generation Eu? In molti già pensano di no, soprattutto in un paese così poco abituato all’organizzazione e alla programmazione come l’Italia.

Eppure l’equazione del Recovery Plan è molto semplice: “fai le riforme avrai i soldi, non fai le riforme non avrai i soldi”. Cartesiana e al contempo spietata l’autorevole fonte europea che spiega da Bruxelles quale sia la ricetta migliore per incassare i fondi del Next Generation Eu. Vale per tutti, vale per l’Italia che di soldi ne deve avere più di tutti, quei famosi 191 miliardi – cui se ne aggiungono altri per superare quota 210 – che non sono stati ancora usati ma hanno fatto scorrere migliaia di parole come se fosse tutto fatto.

Ma tra il dire e il fare, tra Mario Draghi a Palazzo Chigi, la cui sola presenza ha fatto guadagnare alla Borsa 60 miliardi di euro nei primi sei mesi di governo, come ha documentato un’inchiesta di Milano Finanza, e Mario Draghi preda delle mattane politiche del semestre bianco c’è il mare. Anzi ci sono 53 (cinquantatrè, proprio così) riforme da mettere in piedi da qui al 2026, di cui 33 entro il 2021.

E in gioco non è il futuro di un governo o di un altro ma quello del Paese. Lo dice l’Italia stessa nel suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ci crede la Commissione che queste riforme esige per erogare i fondi, lo impone la situazione di un Paese che pur crescendo del 6% può sprofondare di nuovo nei mille lacci e lacciuoli che lo avviluppano quando la sbornia post Covid e post solidarietà nazionale sarà passata. La maggior parte delle risorse stanziate col Pnrr saranno assorbite appunto dal ministero delle Infrastrutture e Mobilità Sostenibili (Mims), con 39,7 miliardi complessivi ma per il comparto aeroportuale non si prevede quasi nulla.

La ragione starebbe nel fatto che il settore aereo rientra tra quelli più inquinanti e quindi non sarebbe in linea con i macro-obiettivi del Recovery. Ma anche per il turismo in generale dei 191 miliardi previsti la suddivisione ne alloca al ministero competente solo 2,4. Altro grande centro di spesa sarà invece il dicastero della Transizione ecologica con 34,7 miliardi, mentre al ministero dello Sviluppo andranno 18 miliardi e a quello dell’Innovazione tecnologica spetteranno 12,8 miliardi. Cospicui anche gli investimenti per la salute, con 15,6 miliardi mentre per l’Istruzione ci saranno 17,6 miliardi, a cui si aggiungono i quasi 12 miliardi per università e ricerca.

Al ministero dell’Economia – centro decisionale di spesa con la cabina di regia insediata invece a Palazzo Chigi – sono destinati solo 340 milioni, che serviranno a un progetto di Innovazione e tecnologia della microelettronica. Le risorse comunque non saranno tutte immediatamente disponibili per i ministeri, perchè arriveranno a rate semestrali dall’Europa e solo se l’Italia rispetterà i traguardi fissati per ogni tappa come si diceva in premessa. Per questo il decreto stabilisce che i singoli ministeri avranno la responsabilità di seguire l’avanzamento dei progetti e di inviare tutti i dati alla piattaforma di monitoraggio della Ragioneria dello Stato.

L’Italia punta per la seconda rata, che dovrebbe arrivare entro fine anno, a chiedere alla Commissione altri 24 miliardi di euro, ma per poterlo fare dovranno essere raggiunte dalle singole amministrazioni i traguardi indicati per il 31 dicembre 2021. Per esempio, il ministero della pubblica amministrazione, che ha uno stanziamento di 1,27 miliardi valere sulla Rrf, entro fine anno dovrà garantire “l’entrata in vigore della legislazione primaria sulla governance del Pnrr”, ma anche del decreto di semplificazione degli appalti pubblici. Non proprio una cosa semplice. Il responsabile dell’Innovazione, Vittorio Colao, dovrà invece, tra le altre cose, garantire l’efficacia dei decreti legge per la riforma “Cloud first e interoperabilità”.

Tutti hanno obiettivi chiari e imprescindibili. Il Mef dovrà centrare una revisione “dei possibili interventi per ridurre l’evasione fiscale”, nell’ambito della più ampia riforma dell’amministrazione del fisco; quello delle Infrastrutture l’entrata in vigore di un decreto per individuare le risorse disponibili per l’investimento in bus elettrici e quello della Transizione ecologica sarà chiamato a intervenire sul rafforzamento dell’Ecobonus e del Sismabonus, con l’entrata in vigore della prevista proroga del Superbonus edilizio. Per un Paese, spesso strangolato dalla burocrazia, si tratta di una scalata dell’Everest.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.