[L’intervento] Tiziana Lazzarotto (direttrice della struttura di Microbiologia del Sant’Orsola): «Non esistono vaccini di serie A e di serie B. E vi spiego perché»

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Siamo purtroppo giunti alla terza ondata pandemica da SARS-CoV-2: i contagi continuano a salire e l’area di Bologna diventerà zona rossa.

La campagna vaccinale procede alacremente, essendo stata estesa anche la scorsa settimana a tutto il settore della scuola e delle persone con disabilità. Ritengo utile chiarire alcuni punti che attengono all’efficacia dei vaccini, dato che circolano fake news e inesattezze in merito, con conseguente disorientamento, disinformazione e molte perplessità della popolazione. 

Rispetto alla presenza delle varianti (per il momento inglese e brasiliana) sul nostro territorio, si può affermare che l’efficacia dei vaccini utilizzati è dimostrata dai dati prodotti dal Ministero della Salute, i quali – almeno per quanto riguarda la variante inglese – sono senz’altro confortanti, perché i vaccini utilizzati finora funzionano. Bisogna precisare l’attualità perché il virus muta e ha delle caratteristiche geniche che potrebbero ancora cambiare: nel nostro Paese, al momento, abbiamo solo pochi casi confermati di variante brasiliana e ancora nessuno di sudafricana.

Risulta comunque indispensabile continuare incessantemente lo studio ed il sequenziamento di campioni “random”. 

In regione Emilia-Romagna la variante inglese è molto presente e diffusa, ci preoccupa molto perché ha una maggiore capacità di diffondersi e, quindi, d’infettare: in pratica è come se il virus con la variante inglese quando s’imbatte in una cellula riuscisse ad infettarla perché riesce immancabilmente ad aprire la porta di cui ha la chiave giusta…. Dalla letteratura scientifica ora a disposizione sembra favorito il legame fra virus con la variante inglese e la cellula. 

Nel nostro Paese al momento attuale disponiamo di tre tipologie di vaccini e, le strategie che hanno portato alla loro produzione (del resto come per gli altri vaccini in commercio nel mondo), sono diverse fra loro, pertanto è pressoché impossibile confrontarli o fare una classifica abbinando Pfeizer-BionTech, Moderna e Astra Zeneca alle categorie di “pazienti ideali” o, comunque, di “soggetti vaccinandi ideali”, perché non sarebbe il modo giusto di approcciare la questione.

Le ditte farmaceutiche produttrici si occupavano già di vaccini e, a seconda dell’impostazione raggiunta da ognuna di esse e delle ricerche sviluppate, gli strumenti utilizzati da ciascuna sono differenti, dato che dopo gli studi in vitro e le tre fasi di approvazione, bisogna essere pure in grado di produrli, i vaccini.

Dunque è chiarissimo che non esistano vaccini di serie A e di serie B, bensì strategie diverse di messa a punto dei medesimi, pur con la stessa finalità: non ha senso affermare che uno sia meglio o peggio dell’altro, tanto meno fare una classifica.

A questo proposito in Italia abbiamo degli organi istituzionali molto rigidi che a volte rallentano l’arrivo di un nuovo vaccino per rispettare una serie di regole di approvazione che servono proprio a tutelare la collettività.

Inoltre, deve essere sfata un’altra fake-news che riguarda il business enorme che sottenderebbe ai Piani vaccinali: fermo restando che un’azienda farmaceutica privata non possa e non voglia lavorare gratuitamente, essendo for profit, in tanti anni di lavoro nella Pubblica Amministrazione con collaborazioni esterne desidero sottolineare che dietro ad un vaccino insiste moltissima attività di ricerca.

Ritengo esagerato, peraltro, disquisire oltremodo di effetti collaterali e vorrei smentire che i vaccini non debbano essere somministrati tout court a soggetti con allergie, perché ci vuole cautela, bisogna prendere delle precauzioni, ma non si deve esagerare né esasperare la problematica.

Un’ultima cosa a proposito dei vaccini in generale: non è vero che s’inietta il virus, bensì s’inocula un componente inattivo, con attività immunogena, ma senza alcuna azione patogena. 

Il prossimo vaccino disponibile potrebbe essere quello di Johnson&Johnson, caratterizzato – fra l’altro – da una sola somministrazione, il che faciliterebbe non poco le cose, con maggiore rapidità di somministrazione e minore impiego di risorse, umane e materiali.

Stiamo assistendo ad una vera e propria rivoluzione nel mondo scientifico: l’acquisizione della capacità di produrre vaccini con una rapidità alla quale non eravamo assolutamente abituati in era prepandemica, pur rispettando tutte le norme di sicurezza necessarie ed ottenendo prodotti grandemente efficaci.

In riferimento alla percentuale delle persone che si sottopongono alla vaccinazione – con riferimento alle categorie di popolazione che, finora, hanno potuto e possono accedere oggi al vaccino – dobbiamo considerare che l’80% di copertura è un target buono, ma non sufficiente. 

Il tempo richiesto è stato breve perché i rischi legati alla rapidissima e incontenibile diffusione del contagio, con l’impossibilità di trovare terapie veramente risolutive e trattamenti salvifici, ha obbligato a concentrare le risorse sulla ricerca dei vaccini: in pratica tutto il resto è stato bloccato a favore della ricerca di un vaccino anti-Coronavirus. Nella mia esperienza un simile atteggiamento lo vedo per la prima volta in assoluto, perché usualmente le ditte farmaceutiche non vivono di un solo vaccino.

Dopo tanti sforzi, a mio parere vaccinarsi non può essere una scelta, ma è un dovere morale ed etico, oltre che deontologico per i professionisti della salute, perché protegge non solo i singoli, ma l’intera collettività e, in ambito sanitario – in particolare in un ospedale per acuti come quello dove lavoro, il Policlinico di S.Orsola – una popolazione fragile per definizione, quella dei pazienti.

È vero che non sappiamo ancora quanto duri l’immunizzazione, perché non abbiamo ancora avuto abbastanza tempo per studiarla, avendo da poco iniziato a vaccinare, ma non manca l’impegno del mondo scientifico in proposito.

Nell’Area Metropolitana di Bologna stiamo iniziando una sorveglianza a base di test diagnostici proprio per verificare i tempi e la durata dell’immunità; l’Istituto Superiore di Sanità è già partito ed i Microbiologi italiani, noi del S.Orsola inclusi, parteciperemo agli studi insieme all’Azienda USL di Bologna, verificando l’efficacia di protezione per fascia di età e progressivamente nel tempo. 

In riferimento al quesito se chi ha già avuto la malattia COVID-19 possa/debba vaccinarsi, quando e con quante dosi, devo rispondere che dipende da ogni singola persona e dalle sue condizioni di salute, dalla presenza o meno di copatologie e di fragilità. Non vi è dubbio che sia il medico a dover determinare se vaccinare il proprio paziente e quando farlo: si suggerisce di vaccinare a sei mesi dalla contrazione del virus e, al momento, s’ipotizza sia sufficiente una sola dose. Purtroppo è capitato anche ad alcuni colleghi – assenti al momento della somministrazione al personale sanitario per ragioni di salute naturalmente – che non hanno potuto vaccinarsi perché non è ancora trascorso un semestre dal momento dell’infezione. 

Comunque le indicazioni cambiano rapidamente, per cui è opportuno attenersi a quelle che quotidianamente fornisce il Ministero della Salute. 

Infine, siccome non è realistico pensare che SARS-CoV-2 sparisca in fretta, anzi probabilmente resterà come la famosa “influenza spagnola” del 1918, che non ci ha affatto abbandonati, ma ha solo ridotto la sua capacità patogena, dovremo abituarci a considerare che la mascherina è un dispositivo di protezione che dovremo continuare ad utilizzare, fra l’altro protegge anche da molte malattie respiratorie, così come l’igiene delle mani e il distanziamento fisico. 

Infatti, anche chi si è vaccinato deve continuare ad osservare le regole fondamentali (mascherina, igiene delle mani e distanziamento), perché siamo al centro di un’importante diffusione di varianti del SARS-CoV-2 e potenzialmente rappresenta un soggetto fonte.

Vale a dire che ci si può infettare, magari restando asintomatici ma contagiando altre persone: la funzione del vaccino non è quella di impedire l’infezione, ma la malattia in forma severa e le sue complicanze.

Quindi dobbiamo ancora osservare le regole, continuare ad attenerci agli studi, a fare ricerca e ad usare tutte le forme di protezione verso l’infezione e la malattia. 

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