“Ci risiamo. Trent’anni (e passa) dall’inizio di Tangentopoli e si è tornati in un battibaleno all’arroventata tenzone tra Politica e Giustizia”. Lo scrive Paolo Mieli sul Corriere della Sera chiedendo che finalmente “si cambi il copione”: “Si sa come comincia – osserva l’editorialista – e si sa anche come va a finire (quantomeno come è andata a finire fino ad oggi): con la Politica fatta a brandelli. Il segnale di inizio è sempre lo stesso: due, tre (ma anche quattro, cinque, sei) iniziative giudiziarie—ad ogni evidenza slegate una dall’altra—contro un esponente della maggioranza; a quel punto la Politica perde il lume della ragione e denuncia il «complotto».
Quella denuncia ha un effetto immediato: spuntano da ogni dove nuovi magistrati che, resi baldanzosi, si applicano alla messa sotto torchio di altri esponenti della maggioranza. Il governo preso dal panico non esita in tale frangente a mostrare tutta la propria fragilità procedendo dapprima a un cambio di ministri e sottosegretari, poi ad un più radicale rimpasto, per andare infine a infrangersi sugli scogli. Dopodiché panico sui mercati, e giunge l’ora dei governi tecnici ai quali si «rassegnano» anche i partiti che hanno perso le elezioni. In seguito, si vivacchia — talvolta non male — fino alle successive elezioni politiche. Il risultato che verrà fuori dalle urne sarà salutato con giubilo dai vincitori. Ma sarà un’illusione.
Questa allora – osserva Mieli – potrebbe essere la volta buona per la riforma. L’assenza di «cospirazione» e di «regia» dietro le iniziative giudiziarie contro esponenti di governo si coglie più nettamente di quanto fosse riscontabile nei trent’anni alle spalle. Le toghe si muovono in ordine sparso, spesso contraddicendosi l’una con l’altra. I media si limitano a dare notizie di cui vengono in possesso, in un regime di normale concorrenza giornalistica, quasi sempre rinunciando ad enfatizzare i propri scoop.
A questo punto il discorso non può che tornare su Nordio. Che aspetta il ministro a presentare la sua riforma? Il tempo delle interviste e delle dichiarazioni estemporanee è finito. Adesso – conclude Mieli – è giunta l’ora che la riforma complessiva della giustizia italiana prenda le sembianze di un testo meditato da discutere in Parlamento”.
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