Intervento di Guido Saracco, rettore Politecnico di Torino
Nel complesso e competitivo mondo di oggi le imprese necessitano di formazione, ricerca applicata, supporto a processi innovativi e a volte radicali cambi di rotta nei loro prodotti.
Allo stesso tempo la politica deve riappropriarsi di un ruolo di guida negli indirizzi di sviluppo economico e sociale. In entrambi i casi gli atenei diventano partner essenziali.
Nel primo caso come carburante dello sviluppo. Nel secondo come interlocutori privilegiati delle istituzioni. Dovremmo finalmente entrare, dopo i mille proclami seguiti alla formulazione della strategia di Lisbona con la sua tripla elica, nell’economia della conoscenza.
Politica, aziende e centri del sapere devono collaborare sinergicamente ed è per questo che le università italiane devono cambiare passo, non ragionare più come monadi, ma agire come propulsori territoriali.
Basta pensare alla sfida rappresentata dall’attuazione del Pnrr.
Servono competenze, formazione, personale dotato di skills da inserire nelle amministrazioni centrali e locali, anche e soprattutto per scadenze incessanti.
Senza dubbio gli atenei possono fornire un supporto valido ed efficace in questa decisiva partita per le sorti del paese purché siano incentivati a dedicarsi alla loro terza missione ed entrare nelle dinamiche socio-economiche del paese.
Il Politecnico di Torino esercita questo ruolo nelle sue “comunità di conoscenza e innovazione” (Cci): luoghi fisici e digitali pensati per promuovere a livello locale la collaborazione tra la tripla elica Università-Industria-Stato e i corpi intermedi tipici di ciascun territorio (fondazioni bancarie, associazioni datoriali, sindacali, ordini professionali eccetera) in distretti tematici (manifattura 4.0, mobilità sostenibile, aerospazio, transizione ecologica).
Il nostro paese è organizzato per distretti produttivi tematici e differenziato geograficamente. Il modello Cci potrebbe dunque essere replicato ovunque esaltando le eccellenze e le vocazioni di ciascun territorio.
Questo approccio consentirebbe inoltre di aggredire tre problemi strutturali italiani e cioè la riduzione dello skill mismatch, l’accelerazione della transizione scuola-lavoro e il trasferimento tecnologico dall’università alle imprese.
Tutto questo è corredato da competenze tecnico-umanistiche indispensabili per inquadrare prodotti e servizi industriali sotto il profilo etico e sociale in aree come l’intelligenza artificiale, le green technologies, eccetera.
Ma le Cci avranno soprattutto enormi potenzialità di creazione di posti di lavoro e di rilancio della nostra economia.
Non solo perché, tempio della creatività, potranno vedere nascere numerose startup affini alle tematiche ad esse sottese, ma soprattutto perché potranno indurre il re-shoring di imprese nazionali dall’estero, come pure l’attrazione di imprese internazionali intorno a esse.
Questo, unitamente agli studenti internazionali attratti dalle nostre università, può essere un’arma per contrastare il fenomeno della denatalità che vede il nostro paese secondo per invecchiamento della popolazione al solo Giappone e primo per fertility gap, ossia la differenza tra figli desiderati e avuti.
Già perché le Cci attrarranno non solo imprese ma famiglie, donne, uomini, bambini, talenti, desiderosi di beni e servizi pubblici di qualità, dall’istruzione alla mobilità sostenibile, dalla sanità alle occasioni di animazione culturale.
Da qui il fondamentale ruolo degli Enti Territoriali nel cogliere con gli attori della tripla elica la sfida di progettare e realizzare il futuro di città e territori limitrofi.
Le attività di servizio indotte dalle Cci porteranno a quella rigenerazione urbana che città come Torino attendono da tempo per uscire dalla cantilena ricorrente dal “declino inevitabile”, francamente inascoltabile.
Certo se ci rifacciamo a un modello di un passato che non può tornare siamo di fronte a un declino fisiologico, ma se guardiamo al futuro abbiamo tutto quello che serve, voglia di riscatto e ambizione inclusa.








