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Francesco Maria Chelli, presidente Istat: «Con 355 mila nascite e un tasso di fecondità di 1,14 siamo quasi alla metà del livello necessario»

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L’Italia registra un nuovo minimo storico delle nascite dal secondo dopoguerra. Nel 2025 sono nati soltanto 355 mila bambini, mentre il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, un valore sempre più distante dalla soglia di sostituzione generazionale pari a 2,1 figli per donna.

È quanto emerge dal Dossier Natalità 2026: “Volere o Potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con Istat e presentato a Roma, un documento che fotografa una crisi demografica sempre più strutturale e individua nelle difficoltà economiche, lavorative e sociali le principali cause del crollo delle nascite.

Nel 2025 solo 355 mila nascite: nuovo minimo storico per l’Italia

Secondo il dossier, nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, il dato più basso registrato dal dopoguerra.

Parallelamente, il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, allontanando ulteriormente il Paese dal livello necessario per garantire il ricambio della popolazione.

Lo studio evidenzia inoltre come oltre il 62% delle persone che non avranno altri figli rinunci per ostacoli economici, lavorativi o sociali. A questo si aggiunge il fatto che quasi una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità, mentre oltre 3 milioni di donne risultano inattive per motivi familiari.

Chelli: “Il problema della denatalità nasce negli anni Settanta”

Durante la presentazione del rapporto, il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, ha ricostruito l’origine del fenomeno.

«Il problema della denatalità è centrale in Italia e nasce negli anni ’70, nel momento in cui cominciano a diminuire i tassi di fecondità», ha spiegato.

Successivamente ha ricordato come «oggi siamo a 1,14 e il tasso di sostituzione, cioè quello che permetterebbe alla popolazione di rimanere stabile, è 2,1, quindi siamo quasi alla metà di quello che sarebbe necessario».

Il presidente dell’Istat ha inoltre delineato lo scenario futuro dell’invecchiamento della popolazione.

«Al 2050 per ogni 100 giovani fino a 14 anni ci saranno circa 300 over 65», ha avvertito, sottolineando che le cause della crisi delle nascite sono molteplici e comprendono «difficoltà economiche, soprattutto per gli uomini, precarietà lavorativa, soprattutto per le donne, motivi di assistenza agli anziani nelle famiglie».

Il desiderio di avere figli resta elevato ma non si realizza

Uno degli aspetti più significativi messi in evidenza dal Dossier Natalità 2026 riguarda la distanza tra il desiderio di diventare genitori e la concreta possibilità di realizzarlo.

Secondo il rapporto, se le intenzioni di fecondità dichiarate dalle donne italiane si fossero effettivamente concretizzate, nel 2025 sarebbero nati circa 760 mila bambini, più del doppio rispetto alle nascite realmente registrate.

Per il presidente della Fondazione per la Natalità, Gigi De Palo, questo dato dimostra che il problema non riguarda la volontà delle persone.

«Non è che gli italiani non vogliono figli, ma il vero problema è che milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto di vita», ha affermato.

Successivamente ha aggiunto: «Il tema non è convincere qualcuno ad avere figli, ma restituire alle persone la libertà di poterli avere», osservando che «finché mettere al mondo un figlio continuerà a essere percepito come un rischio economico, lavorativo e sociale, continueremo ad assistere a un declino che riguarda tutti».

L’Inps: sicurezza economica e servizi sono condizioni indispensabili

Anche la direttrice generale dell’Inps, Valeria Vittimberga, ha richiamato l’attenzione sul rapporto tra condizioni economiche e natalità.

«La natalità non è la causa della povertà», ha affermato, spiegando che «sono invece l’insicurezza lavorativa, i redditi insufficienti, la difficoltà di accesso alla casa, la carenza di servizi e la penalizzazione professionale delle madri a rendere più difficile avere figli».

Vittimberga ha inoltre ricordato le misure già introdotte, tra cui l’Assegno unico universale, il bonus asilo nido, gli sgravi contributivi per le aziende che assumono donne, in particolare madri, e il lavoro agile, osservando che «stanno andando nella direzione giusta».

Infine ha precisato: «Nessuno farà un figlio perché riceve un bonus economico ma l’idea di essere sostenuti economicamente dallo Stato è la ‘condicio sine qua non’ per poter effettuare delle decisioni più tranquille e più consapevoli».

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