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Nel 2050 l’Italia avrà più di 51 anni. Ma il vero problema è come vivremo | L’analisi di Ramiro Baldacci

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Le nuove previsioni Istat raccontano un Paese più anziano, con meno persone in età lavorativa e 11,6 milioni di individui che vivranno soli. La crisi demografica non riguarda soltanto quanti saremo: sta già cambiando la società italiana

C’è un numero, nelle nuove previsioni demografiche dell’Istat, destinato inevitabilmente a conquistare i titoli dei giornali: nel 2050 l’età media della popolazione italiana supererà i 51 anni.

È un dato impressionante. Ma rischia persino di distrarci dalla questione più importante.

La domanda che dovremmo porci non è soltanto quanti italiani ci saranno nel 2050 e quanti anni avranno, ma in quale società vivranno.

Perché dietro la crescita dell’età media si intravede una trasformazione molto più profonda: meno bambini e ragazzi, una drastica contrazione della popolazione in età lavorativa, più anziani e, soprattutto, milioni di persone destinate a vivere sole.

È questa l’Italia che dobbiamo cominciare a immaginare oggi.

Un Paese nel quale cambia l’equilibrio tra le generazioni

Secondo le previsioni diffuse dall’Istat, già tra il 2025 e il 2030 l’età media della popolazione passerà da 46,9 a 48 anni.

Nello stesso arco temporale gli over 65 cresceranno dal 24,7% al 27,2% della popolazione, mentre la fascia tra i 15 e i 64 anni scenderà dal 63,4% al 62,1%. I ragazzi fino a 14 anni passeranno invece dall’11,9% al 10,7%.

Ma è allargando l’orizzonte al 2050 che appare con maggiore chiarezza la portata del cambiamento.

Gli over 65 potrebbero rappresentare il 34,5% degli italiani, mentre la popolazione tra 15 e 64 anni scenderebbe al 55,3%.

In altre parole, oltre un italiano su tre sarà anziano e poco più della metà della popolazione sarà compresa nella fascia che convenzionalmente definiamo in età lavorativa.

Non è semplicemente un problema demografico. È una trasformazione destinata ad avere conseguenze sul mercato del lavoro, sul sistema pensionistico, sulla sanità, sull’assistenza, sulla produttività, sull’organizzazione delle città e sulla sostenibilità complessiva del nostro welfare.

Per questo continuiamo a commettere un errore quando riduciamo il dibattito sulla natalità alla sola domanda: “Come facciamo a far nascere più bambini?”.

La questione è molto più grande.

L’Italia delle persone sole

C’è poi un altro dato che considero persino più significativo di quello sull’età media.

Tra il 2025 e il 2050, secondo l’Istat, le persone che vivono sole aumenteranno del 16%, passando da 10 a 11,6 milioni. La loro incidenza sul totale delle famiglie salirà dal 37,5% al 42%.

Quasi una famiglia italiana su due potrebbe quindi essere costituita da una sola persona.

Ma soprattutto cambierà l’età di chi vive solo.

Nel 2025, dei 10 milioni di persone sole, 4,6 milioni hanno almeno 65 anni. Nel 2050 potrebbero diventare 6,6 milioni, pari al 57% di tutte le persone che vivono sole.

Gli over 75 soli arriverebbero addirittura a 4,7 milioni, dei quali 3,4 milioni donne.

Qui il tema demografico incontra direttamente quello della solitudine.

E forse è proprio questo il dato che dovrebbe interrogarci maggiormente.

Perché una società può organizzarsi per avere molti anziani. Può costruire strutture sanitarie migliori, aumentare l’assistenza domiciliare, utilizzare la tecnologia, riorganizzare i servizi.

Molto più difficile è costruire un modello sostenibile quando una parte crescente della popolazione anziana non dispone più di una rete familiare e relazionale sufficientemente forte.

Chi accompagnerà queste persone dal medico? Chi le aiuterà nelle attività quotidiane? Chi si accorgerà di una fragilità prima che diventi un’emergenza sanitaria? E quanto potrà essere trasferito sul welfare pubblico di ciò che per generazioni è stato sostenuto anche dalle famiglie e dalle comunità?

Sono domande che riguardano il 2050, ma alle quali dobbiamo cominciare a rispondere nel 2026.

La denatalità non riguarda soltanto i bambini che non nascono

È uno degli equivoci che ho incontrato più frequentemente durante il viaggio attraverso l’Italia che ho compiuto per scrivere Viaggio nell’Italia che scompare.

Quando diciamo “crisi demografica”, pensiamo immediatamente alle culle vuote.

Sono certamente il punto di partenza. Ma non sono il punto di arrivo.

La denatalità produce i suoi effetti lentamente e proprio per questo rischiamo di non percepirne la forza.

Un bambino che non nasce oggi non manca soltanto nelle statistiche di quest’anno. Tra vent’anni sarà un giovane in meno, tra trenta un lavoratore in meno, tra quaranta probabilmente un genitore in meno.

È un effetto cumulativo che modifica progressivamente la struttura della popolazione.

E quando contemporaneamente aumenta la longevità – che rimane una delle più grandi conquiste della nostra società – la piramide demografica cambia completamente forma.

Il problema, dunque, non sono gli anziani.

Il problema è una società nella quale rischia di venir meno l’equilibrio tra le generazioni.

Non possiamo rispondere soltanto con i bonus

Da anni l’Italia prova a contrastare la denatalità attraverso misure economiche. Molte sono necessarie e alcune hanno finalmente cominciato a costruire una politica familiare più strutturale.

Ma pensare che la questione demografica possa essere risolta esclusivamente trasferendo qualche centinaio o qualche migliaio di euro alle famiglie significa confondere una parte della risposta con la soluzione del problema.

Una giovane coppia decide se avere un figlio guardando molto più lontano del prossimo assegno.

Guarda alla stabilità del lavoro. Alla possibilità di trovare una casa. Alla presenza di un asilo nido. Alla possibilità di conciliare professione e famiglia. Al tempo disponibile. Alla rete familiare e sociale che la circonda.

E, soprattutto, guarda al futuro.

Per questo la parola decisiva della crisi demografica, a mio avviso, è fiducia.

Avere un figlio significa compiere uno degli atti più radicali di fiducia nel domani. Se una società perde la capacità di immaginare il proprio futuro, inevitabilmente diventa più difficile anche scegliere di generarne uno.

Dalla politica della natalità a una politica demografica

Le nuove previsioni Istat ci impongono quindi un salto di qualità.

Dobbiamo certamente continuare a sostenere la natalità. Ma dobbiamo contemporaneamente costruire una vera politica demografica nazionale.

Significa mettere insieme natalità e immigrazione regolare, politiche familiari e mercato del lavoro, casa e servizi, conciliazione e welfare aziendale, sanità territoriale e assistenza agli anziani, rigenerazione delle aree interne e organizzazione delle città.

Significa anche riconoscere che l’immigrazione sarà una componente indispensabile dell’Italia dei prossimi decenni, ma che non può essere considerata il sostituto di una politica della natalità. Governare i flussi, integrare chi arriva e creare condizioni favorevoli affinché chi già vive nel nostro Paese possa realizzare il proprio progetto familiare sono obiettivi complementari, non alternativi.

E significa preparare un welfare capace di affrontare una delle conseguenze meno discusse dell’inverno demografico: la crescita della solitudine nella vecchiaia.

La demografia non è destino

Le previsioni demografiche non sono profezie.

Servono precisamente a mostrarci dove potremmo arrivare se determinate tendenze continueranno.

Ed è questa, paradossalmente, la parte positiva del rapporto Istat.

Il 2050 non è domani. Abbiamo ancora tempo per intervenire. Ma le politiche demografiche hanno bisogno di anni, spesso di decenni, per produrre risultati.

Per questo il tempo a disposizione è contemporaneamente lungo e terribilmente breve.

La sfida non può essere semplicemente riportare qualche indicatore statistico verso l’alto. Deve essere quella di costruire un Paese nel quale un giovane possa immaginare di rimanere, una coppia possa essere libera di avere i figli che desidera, una persona anziana possa continuare a vivere circondata da relazioni e una comunità possa ancora riconoscersi come tale.

Perché la demografia non riguarda soltanto quanti saremo. Riguarda come vivremo.

Ed è proprio da qui che dovrebbe cominciare quella nuova narrazione culturale di cui l’Italia ha sempre più bisogno.

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