L’inflazione torna a fare paura.
Non perché il carrello della spesa sia improvvisamente esploso.
Il problema arriva da più lontano e, come spesso accade, passa dalle bollette e dai distributori di benzina.
È l’energia a riaccendere la corsa dei prezzi e a riportare l’inflazione italiana al livello più alto da quasi tre anni.
Ma questa volta il problema non è soltanto italiano.
È europeo.
E rischia di diventare anche un problema per la Bce.
Ad agosto i prezzi al consumo in Italia sono aumentati dello 0,5% rispetto a luglio e del 3,3% su base annua, secondo la stima preliminare dell’Istat.
A luglio il dato era fermo al 2,9%.
Per trovare un’inflazione più alta bisogna tornare al settembre 2023.
Il salto di agosto, dunque, non è una semplice oscillazione statistica.
È il segnale che la fiammata dell’energia sta tornando a trasferirsi sull’economia reale.
Il numero che racconta meglio la storia è quello dei beni energetici: +17% su base annua, contro il +11,6% di luglio.
I prodotti energetici non regolamentati, dentro cui finiscono carburanti e bollette del mercato libero, accelerano dal +11,4% al +16,9%.
Quelli regolamentati, cioè soprattutto luce e gas nel mercato tutelato, passano dal +14,8% al +18,8%.
E poi ci sono benzina e gasolio, che hanno smesso da tempo di essere soltanto una voce del bilancio familiare per diventare un termometro politico.
La benzina aumenta del 16,3%, il gasolio addirittura del 26,7%.
È il conto della crisi internazionale che arriva direttamente al distributore.
L’effetto non si ferma al pieno dell’automobile.
Le spese per abitazione, acqua ed elettricità accelerano all’8,9%, dal 7,2% di luglio.
I trasporti salgono al 6,1%, contro il 4,3% del mese precedente.
L’energia, insomma, comincia a muoversi lungo tutta la catena dei prezzi.
Per ora il carrello della spesa resta relativamente tranquillo: +1%, stabile rispetto a luglio.
Anche gli alimentari, con una crescita dell’1,1%, continuano a esercitare un effetto frenante sull’indice generale.
Ma è proprio questa apparente contraddizione a rendere più chiaro il quadro: non è ancora una fiammata generalizzata di tutti i prezzi.
È uno shock energetico che rischia di diventarlo.
E il conto per le famiglie potrebbe essere pesante.
Le associazioni dei consumatori stimano una maggiore spesa annua compresa fra 1.000 e 1.500 euro.
Confesercenti vede il rischio di un’inflazione al 4% entro la fine dell’anno.
Confcommercio mette l’accento soprattutto sulla bolletta energetica.
La Cgil parla già di un autunno di rincari insostenibili e chiede di sostenere i redditi fissi.
E mentre il governo prepara nuove misure selettive e mirate, il calendario corre verso il 5 settembre, quando scade l’ultimo taglio delle accise sul diesel.
È una partita che si gioca dunque su due tavoli.
Da una parte c’è Palazzo Chigi, chiamato a contenere il costo dell’energia in un Paese che cresce ancora lentamente.
Dall’altra c’è Francoforte, che deve decidere quanto dello shock energetico possa essere lasciato correre prima di diventare una minaccia per la stabilità dei prezzi.
Perché il dato italiano è soltanto la metà della storia.
Nell’Eurozona l’inflazione ad agosto sale anch’essa al 3,3%, dal 2,9% di luglio.
È il livello più alto degli ultimi due anni.
Anche qui la causa principale è l’energia.
La fotografia dei singoli Paesi è molto diversa, con il 5,8% della Lituania e l’1,3% dell’Estonia, ma la direzione complessiva è inequivocabile: i prezzi stanno tornando a salire.
E a Francoforte il calendario è già segnato.
Il 10 settembre la Bce si riunirà per decidere sui tassi e i mercati hanno ormai incorporato l’ipotesi di un rialzo di 25 punti base, al 2,50%, dopo quello della stessa entità deciso alla fine di giugno.
A rendere l’ipotesi ancora più concreta sono arrivate le parole di Olli Rehn.
Il governatore della banca centrale finlandese ha definito “comprensibili” le aspettative dei mercati per un aumento dei tassi.
Ancora più esplicito è stato il governatore austriaco Martin Kocher: se le nuove proiezioni della Bce confermeranno un peggioramento del quadro inflazionistico, ha detto, sarà necessario un altro aumento dei tassi a breve.
La logica è quella classica della politica monetaria: quando l’energia sale, la banca centrale deve chiedersi quanto rapidamente lo shock possa propagarsi al resto dell’economia.
Il rischio non è soltanto pagare di più il gas o il carburante.
Il rischio è che il rincaro dell’energia diventi carburante per una nuova spirale dei prezzi.
Ma questa volta la Bce si trova davanti a un problema più complicato rispetto alla grande crisi energetica del 2023.
Allora l’inflazione energetica si accompagnava a una domanda robusta, sostenuta anche dagli aiuti messi in campo dopo la pandemia.
Oggi, secondo l’analisi pubblicata sul blog della stessa Bce, il problema nasce soprattutto dal lato dell’offerta.
È una differenza importante perché suggerisce una risposta monetaria più prudente e misurata.
Non tutti, infatti, vedono la necessità di una stretta aggressiva.
Il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, sottolinea come il rallentamento dell’inflazione di fondo e dei servizi rappresenti una buona notizia.
In altre parole, per ora non si vede ancora una corsa generalizzata dei prezzi.
L’incendio parte dall’energia e bisogna capire quanto rapidamente riuscirà a propagarsi.
Il problema è che nel frattempo anche il petrolio ha ripreso a correre.
Il Brent è tornato sopra i 92 dollari, alimentato dal rischio di una guerra di logoramento contro l’Iran.
E quando il petrolio sale, la matematica dell’inflazione diventa immediatamente meno rassicurante.
La Bce deve quindi muoversi fra due rischi opposti.
Da una parte c’è il pericolo di fare troppo poco e lasciare che lo shock energetico si trasformi in inflazione persistente.
Dall’altra c’è quello di fare troppo e soffocare una crescita che già procede senza entusiasmo.
L’Italia rappresenta perfettamente questa seconda preoccupazione.
Il Pil nel secondo trimestre è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% rispetto allo stesso periodo del 2025.
La crescita acquisita per il 2026 resta allo 0,8%.
Numeri positivi, ma lontani dall’idea di un’economia capace di assorbire senza conseguenze una nuova ondata di costi energetici e di credito.
A rendere ancora più delicato il quadro c’è poi il mercato obbligazionario.
I rendimenti stanno salendo in Europa e non soltanto per effetto delle aspettative sui tassi Bce.
I Treasury americani sono al 4,77%, i decennali giapponesi hanno raggiunto il 3%, massimo dal 1996, mentre in Europa la pressione si concentra anche sulla Francia, con il decennale al 4,21%, e sulla Germania, al 3,35%, massimo dal 2011.
Anche l’Italia è tornata sotto pressione, con il rendimento del decennale al 4,18%, livelli che non si vedevano dal novembre 2023.
La differenza, però, è sostanziale: allora i tassi Bce erano al 4%, quasi il doppio di quelli attuali.
È questo il paradosso con cui Francoforte deve fare i conti.
L’inflazione chiede tassi più alti, mentre la crescita suggerisce prudenza.
L’energia spinge verso una stretta, il rallentamento dell’economia invita a non esagerare.
E sullo sfondo i mercati obbligazionari stanno già facendo il loro lavoro, chiedendo rendimenti più elevati per finanziare debiti pubblici sempre più pesanti.
Per il governo italiano, intanto, il problema è molto più concreto e immediato.
Il conto arriva alle famiglie sotto forma di benzina, gasolio, luce e gas.
E arriva alle imprese attraverso i costi di produzione e trasporto.
Il taglio delle accise ha finora funzionato come una diga temporanea.
Ma la diga ha una scadenza: il 5 settembre.
Poi bisognerà capire se arriveranno davvero quegli interventi “selettivi” e “mirati” promessi dal governo.
Perché nel frattempo l’inflazione ha già ripreso a correre e l’energia ha ricominciato a dettare il ritmo.








