Le diplomazie dell’Eurozona sono al lavoro per quello che si preannuncia come il più imponente “rimpasto” ai vertici della Banca Centrale Europea nei suoi 28 anni di storia.
Un grande valzer delle poltrone che i leader europei – guidati dal presidente francese Emmanuel Macron e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz – puntano a chiudere in tempi record entro la fine di dicembre.
La fretta, in politica come nei mercati, non è mai casuale.
Dietro il blitz diplomatico svelato dal Financial Times c’è una precisa urgenza geopolitica: mettere in sicurezza e blindare l’Eurotower prima delle elezioni presidenziali francesi della prossima primavera.
Con i sondaggi che vedono volare Marine Le Pen e le forze della destra sovranista, l’asse Parigi-Berlino vuole sbrigarsi a distribuire i pesi e i contrappesi della finanza continentale prima che lo scenario politico assuma colori non graditi agli attuali governi dei due Paesi.
Il perno intorno a cui ruota l’intera operazione è l’uscita anticipata di Christine Lagarde il cui mandato naturale scade a ottobre dell’anno prossimo.
Quindi successivamente al voto per l’Eliseo.
Per l’attuale presidente si starebbe preparando uno scivolo dorato: le voci la vogliono in rapido dirottamento verso la guida del World Economic Forum (WEF), l’esclusiva fondazione con sede nel Canton Ginevra, che organizza eventi globali.
Il più noto è il Forum di Davos: il celebre summit annuale che ogni anno riunisce sulle Alpi svizzere l’élite mondiale economica, politica e finanziaria.
Nel calderone non c’è solo la presidenza.
Sul tavolo dei negoziati ci sono tre delle cariche più importanti dell’istituzione.
Oltre alla successione di Lagarde, l’accordo complessivo comprenderà il ruolo di capo economista (attualmente occupato dal governatore della Banca centrale irlandese Philip Lane) e un posto chiave nel Comitato esecutivo (oggi nelle mani della rappresentante tedesca Isabel Schnabel).
Sebbene anche questi mandati scadano formalmente nel 2027, l’obiettivo è fare un “pacchetto unico” per bilanciare i pesi nazionali.
I pretendenti alla poltrona più alta non mancano, anche se i veti incrociati rischiano di bruciare i candidati più ambiziosi.
Il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, ha fatto capire nei corridoi riservati di essere pronto al grande salto.
Una presidenza tedesca, tuttavia, appare alquanto improbabile: difficilmente l’Europa concederebbe a Berlino la contemporanea guida di BCE e Commissione (con Ursula von der Leyen).
Non a caso il sostegno del governo di Berlino a Nagel viene definito dal Financial Times “tiepido”.
Viceversa la Germania sembra intenzionata a cedere la presidenza a un altro Paese in cambio della poltrona di capo economista, considerata la vera sala macchine della politica monetaria.
Per questa posizione Berlino valuta profili accademici di altissimo livello come Markus Brunnermeier (Princeton), Monika Piazzesi (Stanford) o Tobias Adrian (ex FMI).
La partita appare un sofisticato risiko geometrico.
Anche la Francia punta alla stessa direzione economica, schierando la vicepresidente della Banca di Francia Agnès Bénassy-Quéré e l’ex capo economista dell’Ocse Laurence Boone.
Ma gli incastri sono complessi: la Germania non digerirebbe mai un ticket formato dal candidato spagnolo Pablo Hernández de Cos alla presidenza e da un francese all’economia.
Di contro, Parigi sbarrerebbe la strada all’olandese Klaas Knot come presidente se la poltrona di capo economista finisse in mano a un tedesco.
Mentre per il posto che sarà lasciato libero da Isabel Schnabel nel board non ci sono ancora favoriti, resta sempre aperta la carta dell’asso nella manica dell’ultimo minuto.
Esattamente come accadde nel 2019, quando Macron tirò fuori dal cilindro il nome di Christine Lagarde, c’è già chi scommette che alla fine a spuntarla per la presidenza possa essere un outsider di lusso, come l’ex governatore della Banque de France François Villeroy de Galhau.
I motori sono avviati, la clessidra corre: entro dicembre l’Europa vuole blindare la sua cassaforte.








