“A guardarla senza paraocchi di fazione questa non è una storia di buoni o cattivi.
Nella torsione del rapporto tra politica e giustizia che da un pezzo tiene in ostaggio l’Italia ci sono solo cause ed effetti”.
Lo scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera: “In una democrazia un tempo immatura e bloccata da ragioni geopolitiche (la nostra posizione nella Guerra fredda, il timore di cambiare sistema cambiando opzione di voto) si è determinata nel volgere di qualche decennio un’alterazione del legame tra eletti ed elettori.
E non solo per l’ovvia ragione che un governante, ove sia sicuro di non essere mandato a casa, finirà per governare peggio.
Mani pulite – ricorda l’editorialista – non fu un golpe dei magistrati, fu il suicidio di partiti ridotti a barzelletta da bar e di un’economia di cartello che, protetta contro la concorrenza dalla regola delle tangenti, non teneva il passo con Maastricht: l’epilogo traumatico di una modernizzazione mancata.
Da allora, tuttavia, l’esondazione della magistratura è avvenuta sotto i nostri occhi: e non per una particolare propensione eversiva delle toghe, ma per un banale principio fisico che nel rapporto tra poteri determina l’occupazione dello spazio vuoto.
Dove la politica s’è ritratta, la magistratura, chiamata a una funzione legittimante da leader e partiti a corto di credibilità, s’è allargata.
Tuttavia, poiché ogni scorpacciata di potere provoca spiacevoli effetti collaterali, taluni pubblici ministeri (spesso i più esposti) hanno contratto le malattie della politica che pretendevano di curare col Codice penale, il correntismo ne è diventato il sintomo virulento, lo scandalo del Csm nell’era di Palamara l’ultima vistosa prova.
Incontrando lo scorso giugno i giovani magistrati in tirocinio, il presidente Mattarella è tornato a battere su un tasto: l’idea che chi indossa la toga debba non solo essere imparziale, ma apparire tale.
Sarà pure un po’ naif, ma non è così fuori luogo, forse, l’idea di un tavolo della pace lanciata, tra molte ironie, dal ministro Crosetto.
Se ne decidano forme e denominazione, ma l’Italia non potrà mai ripartire se non si sblocca un meccanismo che – conclude Buccini – finisce per rendere precari appalti e contratti, consenso elettorale e stabilità degli esecutivi e che getta nel tritacarne terzi estranei o casualmente presi sulla linea di tiro”.
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