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Giuseppe Scalenghe (titolare Psa srl) «Bollette energia, un salasso da 50 mila euro al mese ma se spegniamo il forno è finita»

«Con questi ritmi nessuna azienda riuscirà mai a reggere e restare sul mercato». Lo afferma Giuseppe Scalenghe, ingegnere e titolare della Psa srl di Nichelino, raccontando come nel mese di aprile dello scorso anno la sua azienda ha pagato a Repower – suo fornitore di energia – 27.746, 43 euro per l’elettricità consumata in quel mese. Che corrisponde esattamente 141 mila e rotti kilowattora.

Sette mesi più tardi, a novembre, a fronte di un consumo praticamente identico (141 mila kWh) il prezzo dell’energia era già decollato. Ed entro Natale, Scalenghe – il titolare di questa azienda – ha dovuto sborsare 50 mila e 408 euro e qualche centesimo per saldare la fattura. Cinquantamila euro. Ovvero 20 mila in più di aprile. «E non è finita qui. Il prezzo dell’elettricità continua a volare. Il metano cresce alla stessa velocità e di conseguenza volano pure i costi dell’idrogeno. Risultato? Se va avanti con questi ritmi nessuna azienda riuscirà mai a reggere e restare sul mercato», spiega su La Stampa di Torino a Lodovico Poletto.

E se davvero dovesse andare in questo modo i guai sarebbero enormi per tutti. Intanto, però, il tema è il costo dell’energia. Per alimentare i cinque forni – che funzionano a mille 300 gradi e che sono il cuore di questa azienda nata 43 anni fa – la Psa utilizza l’elettricità. Non ci sono altre strade. E i forni non si possono spegnere. Mai. Neanche nei fine settimana, quando la fabbrica è ferma. Neanche durante le feste comandate. Perché i forni sono come le pentole con l’acqua per la pasta: se non sono in temperatura non servono a nulla. E per portare in temperatura i macchinari occorrono giorni di accensione.

E – ovviamente – un congruo numero di kilowattora. Ma c’è di più. «Accendere e spegne gli impianti ha come conseguenza un più rapido deterioramento dei macchinari con rotture improvvise. Se capita è un costo che pesa sui bilanci dell’azienda. Oltre che inchiodare la produzione e avere ripercussioni negative nei rapporti con i nostri clienti» spiega Scalenghe. Per questa ragione, in azienda, gli interruttori dell’alimentazione non si staccano. Mai.

Scontata la risposta alla domanda sull’utilizzo di eventuali fonti energetiche alternative. «Ovviamente le abbiamo». Per dire: nel tentativo di abbattere le spese energetiche, un anno fa l’azienda si è dotata di un impianto fotovoltaico. Che garantisce – più o meno – 220 mila kilowattora l’anno. Energia iper-pulita. Nessun tipo di inquinamento. Nessuna emissione dannosa per l’ambiente. Basta? No. Il risparmio c’è, ma non è sufficiente. E ciò che produce il fotovoltaico è una goccia nel mare dell’energia necessaria a far marciare la fabbrica. Fermo restando, poi, che c’è da ammortizzare anche la spesa dell’impianto.

Basta tutto questo per far funzionare la Psa? No, occorrono anche grandi quantità di metano. E serve pure l’idrogeno, prodotto con metano ed energia elettrica. «Ma anche il costo del metano s’è impennato. E il prezzo al metro cubo è schizzato in su del 15 per cento ad ottobre. E a gennaio ci sarà un altro 30 per cento in più» spiegano.

Scalenghe è, ovviamente, preoccupato. Dice: «Io ho pensato a lungo su come uscirne. Ma è complicato. Per far quadrare i conti dovrei ipotizzare un aumento del fatturato del 20 per cento. E dovrei aumentare i prezzi almeno del 13%. Ma questo è impossibile, per plurime ragioni. Non da ultimo il fatto che la nostra azienda lavora per il settore dell’automotive, che richiede ogni anno una revisione al ribasso dei costi. Di quanto? Il 3 per cento. Trattare si può, certo, ma non con tutti. E i margini sono molto stretti».

Scusi Scalenghe, ma voi come fate a salvarvi?

«La nostra fortuna ha un nome: anno 2021. Che è stato un periodo davvero ottimo per il lavoro. E che ci ha permesso di sistemare i conti e di guardare avanti con un po’ di ottimismo. Tutto questo, ovviamente, prima della grande crisi energetica».

Spiegazione perfetta che sta a significare almeno un paio di cose. Uno: per il momento la società è solida. Due: se anche i conti nell’anno appena iniziato non saranno dei migliori, la società non ne risentirà più di tanto.

«Vede, in questa situazione, ciò che mi viene da pensare è che al Paese manchi totalmente una politica energetica. Quando Cingolani ha osato pronunciare la parola nucleare, lo hanno crocifisso. E allora io dico: perché il governo non prova ad essere lungimirante, a progettare davvero il futuro? E, in questo frangente, a programmare azioni che riportino i prezzi a prima di questa crisi?».

Intanto Psa continua a lavorare. Senza fermarsi mai.

«Ma se va avanti così il mio bilancio a fine sanno sarà comunque negativo. Ridurre il personale? Assolutamente no. Il rischio vero che vedo io, e vedono quelli come me, è per il Paese. Cioè: con questi presupposti inizierà la salita inflattiva. Cresceranno i costi. Gli stipendi saranno erosi dalle maggiori spese. E non serve essere economisti per capire che crolleranno consumi. È per scongiurare questo quadro che il Governo deve agire adesso» insiste Scalenghe che, tra le tante cose, è anche componente del Consiglio direttivo di Unioncamere di Api Torino.

Per intanto alla Psa s’inventano strategie per contenere le spese. Nei prossimi giorni sarà spento uno dei 5 forni. Per smaltire il lavoro, però, un altro gruppo di dipendenti dovrà ruotare su tre turni. I risparmi? Sono tutti da verificare.

«Non basterà questo a compensare le maggiori spese per l’energia. Fermo restando che gli aumenti, purtroppo, non sono finiti qui».

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