«Tra qualche settimana compirò novantacinque anni, dal 1943 ho seguito tutte le fasi ascendenti e discendenti della nostra vita democratica, ma una confusione così credo di non averla mai vista» rivela a Repubblica Rino Formica, ex ministro socialista, intervistato da Concetto Vecchio.
«C’è una rappresentazione teatrale dell’avvenimento. Nella recitazione l’irreale viene reso reale grazie alla capacità degli attori. Qui però gli attori stanno in scena senza sapere in che direzione andare. Il finale è aperto alle conclusioni degli spettatori. Siamo alla Sibilla Cumana».
«Difficile interpretare il pensiero di mille figli di nessuno. Ognuno di loro sta all’interno di un gruppo per convenienza di recitazione, ma è pronto a tradire nel segreto dell’urna». «Sì, i leader non governano i gruppi. Nessuno degli attori, neanche il più smaliziato, riesce a capire dove trovare i 505 voti necessari alla quarta votazione».
«Meloni vuole Draghi al Colle, perché sa che poi quasi sicuramente si andrà a votare. Non è il disegno di Berlusconi».
E quale sarebbe il progetto del Cavaliere? «Far dire alla sinistra che Draghi è il loro candidato. Ed è così, in effetti. I voti principali li ha lì». Con Draghi al Colle si andrà a votare, chiede il giornalista di Repubblica. «Mi pare pacifico. Magari trovano un altro premier. Ma dura due mesi».
Quindi siamo ancora nelle mani di Berlusconi? «In un certo senso sì. Le pare possibile che tutti i partiti abbiano atteso le sue mosse per due mesi? Tutti ad aspettarlo, come Godot? Lì vedi la totale assenza di direzione politica. Una mancanza che viene da lontano, dalla crisi progressiva degli ultimi trent’anni».
Alla fine ci si accorderà su Casini? «Non so se Berlusconi lo indicherà. Casini viene dalla Dc, un partito che era retto da un gruppo dirigente plurale. Sono stati alleati, ma non è organico al pensiero di Arcore, che è quello dell’indivisibilità».
L’attuale incertezza c’è stata in molte vigilie. «Ma c’erano i partiti e una rete di protezione di cultura politica. Le elezioni del 2018 invece hanno visto l’avvento maggioritario di compagini non legate alla storia delle forze che costruirono la Repubblica. Questo è il punto. Da qui la confusione. Non c’è più alcun pensiero. Soltanto attori che recitano senza conoscere la trama».
È sempre stato contrario a Draghi al Colle. «Sì, perché temo che l’irrealtà poi diventi realtà. Ho paura di un presidente della Repubblica che non viene da una collaudata esperienza di difesa delle istituzioni parlamentari e politiche, un Capo dello Stato senza ideologia, né vincoli di appartenenza».
Non è una visione eccessiva? «No, perché uno così poi sarà costretto fare il suo partito, e allora avremo le istituzioni che si fanno partito, come sta avvenendo già nelle Regioni, con i partiti dei governatori».
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