Anche Alessandro Campi, sul Messaggero, si occupa della riforma costituzionale proposta dal centrodestra, la quale – sottolinea – ha due obiettivi preminenti, entrambi condivisibili: restituire il potere al popolo, garantire la stabilità-durata dell’azione di governo. Il primo punto è soddisfatto dall’elezione diretta del premier. Che poi non è altro che la razionalizzazione-legittimazione di una dinamica, nel senso di una crescente personalizzazione del comando, che in realtà Il premierato e il dialogo che serve in Parlamento già opera nel nostro sistema. Senza contare che il premier eletto sarebbe il miglior antidoto al populismo che tanto preoccupa da anni analisti e osservatori.
Populismo che non è nato, come si dice, dall’alto, cioè dal sobillamento demagogico di leader irresponsabili che giocano con le paure della gente ,ma dal basso, cioè dalla percezione della crescente deriva oligarchica delle democrazie. Il popolo, convinto di contare sempre meno, si è rivoltato contro i rappresentanti che non lo rappresentavano. E lo ha fatto votando per i partiti di protesta, scegliendo sempre il nuovo che avanza, ovvero non andando più alle urne. Restaurare il ruolo sovrano dell’elettore, in una chiave di democrazia reale ed effettuale, aiuterebbe a contrastare l’onda dell’antipolitica e dell’apatia.
Ma eleggendo il premier non si finisce per intaccare il ruolo di garanzia del Capo dello Stato? In realtà, quel ruolo verrebbe restaurato. Negli ultimi tre decenni il Quirinale, infatti, si è trasformato sempre più, ben oltre le intenzioni dei Costituenti, nel centro-motore del nostro sistema politico, in un attore istituzionale assai più forte delle forze politiche che lo scelgono. Il secondo pilastro della riforma è, come detto, la stabilità dell’esecutivo possibilmente per l’intera legislatura.
Per questo si è studiata, anche alla luce dell’esperienza recente dei governi tecnici di emergenza e degli esecutivi multicolore, la norma cosiddetta anti-ribaltone. Lodevole l’intento, evitare maggioranze parlamentari politicamente difformi da quelle scelte dagli elettori, debole tuttavia la soluzione individuata e dunque da rivedere.
Col meccanismo attuale – che prevede, in caso di crisi, il conferimento dell’incarico a un parlamentare espressione dello stesso schieramento che ha vinto le elezioni – si rischia infatti un leader eletto prigioniero della sua stessa maggioranza, costretto a guardarsi le spalle dal nemico-alleato che ha in casa.
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