Vale la pena chiedersi se le riforme costituzionali (ora quella del premierato varata dal governo) e lo spoil system, sistematicamente adottato dai vincitori delle elezioni nelle aziende pubbliche e nella Rai, garantiscano consenso ai promotori e una sorta di permanente salvacondotto elettorale. In altri termini: sono provvedimenti che consentono di orientare le opinioni dei cittadini e producono un dividendo elettorale? A giudicare dalla volatilità del voto, sembrerebbe di no.
Non è superfluo ricordare che dalle europee del 2014 alle politiche del 2022 abbiamo assistito ad un vero e proprio “ottovolante elettorale”: alle elezioni europee del 2014 trionfò il Pd di Renzi con 11,2 milioni di voti, cui ha fatto seguito il crollo alle politiche del 2018 (6,2 milioni di voti), allorché si impose il M5s guidato da Di Maio, con 10,8 milioni di voti, che 15 mesi dopo crollò a 4,6 milioni di voti: alle europee del 2019, infatti, si affermò con 9,2 milioni di voti la Lega di Salvini che alle politiche dello scorso settembre non ha raggiunto i 2,5 milioni di voti, surclassata da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, con 7,3 milioni di voti.
E avanti così, con l’alternanza all’italiana. Dunque, ci si chiede se siamo in presenza di una clamorosa sottovalutazione delle dinamiche elettorali e delle motivazioni di voto dei cittadini da parte dei politici, oppure di una altrettanto clamorosa sopravvalutazione delle abilità strategiche (e non solo) di questi ultimi.
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