La governance e la giustizia ambientale, nel corso della loro evoluzione, sono state oggetto di numerosi ostacoli causati da una moltitudine di fattispecie, giuridiche e non, divergenti tra di loro. Quest’ultime hanno evidenziato l’incertezza e l’incoerenza nel circoscrivere una definizione uniforme della questione ambientale a livello globale e, a sua volta, l’incapacità da parte della compagine internazionale di adempiere efficacemente agli impegni presi per poterla affrontare.
Il presente articolo cerca dapprima di effettuare un’analisi della questione alle radici, partendo da una disamina della presa di coscienza ecologica globale e delle diverse interpretazioni date dagli stati agli impegni assunti nell’Accordo di Parigi, per poi approfondire la questione relativa alla dispersione interpretativo-giuridica del global common concern.
L’intento dell’articolo è di mostrare più lati possibili, positivi e non, di alcuni dei meccanismi, strategie e rivendicazioni, nascenti da tale disomogeneità.
A completare l’elaborazione sarà una riflessione sull’effetto NIMBY in una nuova possibile accezione proiettata dall’incircoscrivibilità concettuale dal globale al locale.
I – Il recente sviluppo del diritto internazionale ambientale: l’Antropocene e l’Accordo di Parigi
Negli ultimi anni, la giustizia ambientale, in tutte le accezioni giuridiche di cui si compone, sta cercando di seguire le linee guida preposte dal graduale consolidamento del diritto internazionale ambientale. Quest’ultimo è nato dall’inevitabile presa di coscienza ecologica globale, assumendo caratteristiche intragenerazionali ed intergenerazionali nei confronti delle problematiche ambientali. Tale consapevolezza, denominata Antropocene, si è inserita nel tentativo, da parte di tutti gli attori statuali, scientifici, sociali ed individuali, di uniformare l’urgenza climatica in un contesto intersettoriale e multidisciplinare. Pertanto, dall’entrata in vigore (21 marzo 1994) della Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC), sono state prefigurate una moltitudine di opzioni, anche diverse tra loro, per rispondere al quesito climatico. Tali tentativi di risposta sono perfettamente riscontrabili sia nel Protocollo di Kyoto che nell’Accordo di Parigi. Nonostante gli impegni assunti dalle parti, risulta chiaro notare un’effettiva paralisi derivante da un’incertezza e da un conflitto di interessi nell’individuare una coerenza tra “super wicked problem” e approccio risolutivo. Infatti, ciò che risalta all’occhio è la duale struttura della Convenzione che, muovendosi dal “top-down approach” di Kyoto al “bottom-up approach” di Parigi, cerca di mirare allo sviluppo della cooperazione globale da un lato, mantenendo l’autonomia degli stati nell’effettive e concrete azioni per contrastare le problematiche ambientali dall’altro. Il risultato appare, dunque, la conditio sine qua non di un crogiolo di erronee definizioni e mancate circoscrizioni dei vari campi d’azione, contraddistinguendo la parziale e/o totale efficacia degli impegni delle parti sul piano locale, nazionale ed internazionale. La confusionaria e opaca delimitazione della cooperazione ambientale ha causato, di conseguenza una distonia totale del sistema. Già nel 2012, il rapporto speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) affermava la necessità di una cooperazione che si potesse sostanziare nel pieno sviluppo del principio delle responsabilità comuni ma differenziate, evidenziando le diverse conseguenze causate dagli impatti dei disastri climatici nei diversi paesi del mondo. Ad oggi, nel 2022, a dieci anni di distanza, il sesto rapporto dell’IPCC[1] conferma l’urgenza, data dalle irrefutabili condizioni climatiche attuali, di impegnarsi collettivamente adesso, pertanto il citato rapporto stesso denuncia che “the evidence is clear: the time for action is now“.
Alla luce di tale rigidità, il tema del cambiamento climatico appare permeato all’interno del diritto e della società attraverso molteplici campi ed intersezioni, configurando ulteriori sfide per tutti gli attori in gioco. La ramificazione delle problematiche ambientali, alimentata dalla mancanza di un’uniforme definizione di disomogenee necessità e obiettivi, è riuscita a disperdersi, de iure e de facto, all’interno dicotomia cooperativa: sinallagma/scissione.
II – La diaspora giuridica del bene pubblico globale tra meccanismi, strategie e rivendicazioni
Immaginare il cambiamento climatico come un bene pubblico globale
Nel provare ad effettuare una diagnosi della diaspora giuridica della problematica ambientale, si è voluto prendere in considerazione l’indagine di alcuni studiosi di diritto internazionale. Questi hanno provato ad immaginare il cambiamento climatico, in particolare l’adattamento, come un bene pubblico globale. Tale concetto trae le sue radici dal contesto economico e si predispone come un metodo di classificazione di beni e servizi. I parametri da rispettare per valutare l’applicabilità del global public good sono due: non rivalità sui consumi e non escludibilità. Quest’ultimi risultano metodologicamente difficili da applicare nel volatile scenario della governance globale in materia ambientale, caratterizzata dalla mancanza di una cooperazione internazionale tra il nord e il sud del mondo. Ciononostante è possibile individuare una o più possibili opzioni risolutive nel circoscrivere l’adattamento climatico come un bene pubblico globale; tale modalità potrebbe offrire gli strumenti essenziali e normativi per discernere al meglio le difformi dimensioni dell’impasse climatico.
Pertanto, per affrontare questa multidimensionale trasposizione concettuale, è opportuno rispettare tre requisiti: ricoprire più di un singolo gruppo di stati, riferirsi anche ad uno spettro di popolazione e congiungere le necessità delle generazioni presenti con quelle future. La costruzione del concetto climatico e dell’adattamento come un bene pubblico globale, potrebbe migliorare la cooperazione in una moltitudine di benefici, tra cui il rafforzamento del ruolo della legge, aggiungendo uno strato aggiuntivo alla disamina interpretativa del “prisoners dilemma“.
Infine, la decostruzione della cooperazione internazionale, seguendo i parametri sopra citati, potrebbe offrire una chiara e specifica identificazione di un approccio integrato e circoscritto degli impegni, globali e locali, nel pieno rispetto della natura sinallagmatica e collaborativa dell’azione globale collettiva.
La “rigidità flessibile”: compliance, flessibilità e strategie
Un ulteriore spunto di analisi può essere offerto dalle districate e divergenti strade che alcuni meccanismi hanno preso nel corso della storia. Quest’ultimi intervengono, sia ex ante che ex post, per cercare di risolvere le difformità e le inesattezze degli impegni dei singoli attori coinvolti. Tali meccanismi inseriscono la rigidità cooperativa ambientale in un contesto interpretativo-risolutivo flessibile e rivendicativo.
Il primo dei meccanismi da analizzare è sicuramente quello della compliance. Quest’ultimo, nascente con il ruolo di monitoraggio e controllo delle conformità degli obblighi assegnati agli stati nelle convenzioni di riferimento, ha avuto plurime evoluzioni ed è mutato notevolmente nel tempo. In particolare, si potrebbe effettuare un’indagine logico-giuridico-deduttiva del più recente dei meccanismi di compliance. Infatti, facendo riferimento agli art. 8 e 18 del Protocollo di Kyoto, i quali ne dispongono le basi e il successivo funzionamento, risulta evidente il disperato tentativo, da parte della Conference of Parties (COP), di risolvere le gravi problematiche mostratesi già agli albori dell’UNFCCC. L’impasse, dovuto alle molteplici posizioni diametralmente opposte tra loro, coinvolgeva la maggior parte dei temi discussi a Kyoto. Pertanto, il meccanismo di compliance cerca di imbrigliare, nelle strette maglie del meccanismo del Compliance Committee, l’intricato gomitolo istituzionale che, il pluralismo degli attori coinvolti, dipana spasmodicamente verso infinite direzioni.
In seconda istanza, le divergenti prese di posizione dei players in gioco, corrode notevolmente anche l’altro tentativo, effettuato dalla COP, di supporto complementare alla rigidità degli obiettivi prefissati dal top-down approach di Kyoto. Difatti, per cercare di evitare la completa paralisi del sistema, sono stati introdotti i cd. meccanismi di flexibility. Le tre opzioni proposte, istituzionalmente ben ideate e giuridicamente trasparenti, cercano di creare alcuni ponti strutturali capaci di fornire, alle divergenti insenature della rigida cooperazione ambientale, un carattere complementare e integrativo. Tuttavia, la scelta etimologica nel denominare tali meccanismi, si scontra con la realtà. Il risultato dell’applicazione di queste opzioni, in particolare le plurime sfaccettature dell’Emission Trade System (ETD), ha condotto all’allontanamento dal prioritario obiettivo di mediazione delle posizioni contrastanti; si approda, dunque, da un’iniziale volontà complementare ad un carattere di mera supplementarietà della flexibility.
Il pedissequo diffondersi di una diaspora, che coinvolge l’aspetto istituzionale, giuridico e strutturale degli interventi, apre la strada al terzo parametro di analisi: le strategie. Difatti, quest’ultime appaiono frammentate, incoerenti fra loro e risultato dell’interpretazione personale che ogni attore, statuale e non, ha dato al pervenire delle singole problematiche. Le strategie applicate, dunque, afferiscono ad un decision-making non uniforme, attuativo di parametri metodologicamente disomogenei ed incapaci di scavare all’interno delle problematiche multi-livellari ambientali. Ad effettuare un’indagine approfondita in tale direzione è stato il professore Jaap Spier, sia con la pubblicazione Shaping the Law for Global Crises, che con numerosi articoli accademici. In particolare, la disamina del professore, appura che, la maggior parte delle crisi globali, derivano in larga scala dalle stesse cause. L’approccio e le strategie ex post appaiono corroboranti l’esigenza di un cambio di mentalità necessario per il superamento di tali difficoltà. Il professore, infine, esplorando le varie intersezioni di diritto internazionale, tra cui i recenti fenomeni di Human Rights Approach e la controversa questione giuridica del Loss and Damage, sostiene l’estrema complessità di poter costruire strategie incentrate esclusivamente sul piano legale e giuridico, esortando al coinvolgimento strategico multidimensionale ed intersettoriale per arrivare a soluzioni ragionevoli e risolutive.
Adattamento, la sfida latente del cambiamento climatico: necessità diverse, impatti diversi, obblighi diversi
La lotta al cambiamento climatico, con il progredire della presa di coscienza ecologica, ha assunto le più svariate forme per cercare di trovare gli strumenti necessari di risoluzione del succitato problema globale. Suddetti strumenti possono essere riconducibili alla dicotomia mitigazione/adattamento. Due strategie concettualmente chirali, opposte, ma sovrapponibili che, ex ante ed ex post, si prefissano l’obiettivo di riduzione o eliminazione delle problematiche derivanti dal cambiamento climatico. Tale quadro, visto da una prospettiva analitico-giuridico-fattuale, mostra le avverse e complicate proiezioni effettive di mitigazione e adattamento. Infatti, prima della COP 16 a Cancun, le politiche e le strategie di adattamento venivano considerate un fenomeno secondario e meno importante, concentrando tutte le risorse nelle riduzioni di GhG previste dalla mitigazione. Nonostante la strategia di adattamento sia approdata in una disposizione legislativacontenuta nell’Accordo di Parigi, quest’ultima rimane uno strumento paradossalmente inadatto alle attuali esigenze. Le principali vittime sono i paesi più vulnerabili18, i quali stanno cercando, attraverso una pluralità di canali, di rivendicare il principio di intergenerational equity e i problemi da esso derivanti e una concreta e più soddisfacente attuazione del Loss and Damage come “the actual and/or potential manifestation of impacts associated with climate change in developing countries that negatively affect human and natural systems”.
“No community with a sense of justice, compassion or respect for basic human rights should accept the current pattern of adaptation. Leaving the world’s poor to sink or swim with their own meager resources in the face of the threat posed by climate change is morally wrong. Unfortunately… this is precisely what is happening. We are drifting into a world of ‘adaptation apartheid.”
Il rischio maggiore è quello di lasciare abbandonati a se stessi e alla loro situazione interi paesi, isole e popolazioni in una degradante condizione concernente l’aspetto climatico, i diritti umani e le diseguaglianze statuali.
III – Dal globale al locale: l’effetto NIMBY come risultato di un’incoerenza cooperativa
In questa ultima sezione dell’elaborato, prima di giungere al crocevia delle osservazioni finali, si tenterà di plasmare l’effetto NIMBY sulla base delle conclusioni concettuali illustrate nei precedenti paragrafi.
L’intento principe è quello di approfondire tale concetto, aggiungendo a quest’ultimo nuovi parametri d’analisi capaci di creare accezioni diverse e più profonde.
Quando si parla di effetto NIMBY, si intende perlopiù quel fenomeno di ostinato ed illogico “blocco, non sempre ideologico […] sulla realizzazione di opere e infrastrutture pubbliche; sindrome diffusa in tutto il paese”. Le cause principali sono riconducibili ad un impedimento vertente prevalentemente sulla coscienza della realtà sociale e sul cluster dimensionale degli impatti che ciascuna nuova opera apporta al tessuto sociale. Gli impatti in questione investono la dimensione oggettiva, percettiva e informativa, frammentando la comunità locale in oggetto, creando confusione nella corretta mappatura degli aspetti ambientali, sociali ed economici. Nonostante si cerchi di superare tale dissenso con l’antitetico consenso, strutturando una nuova strategia negoziale che possa superare la logica della compensazione come unica risoluzione, quest’effetto potrebbe essere osservato da prospettive diverse, non nazionali, ma provenienti dalla rigida incoerenza cooperativa già ampiamente discussa.
La sclerotizzazione sistemica dei meccanismi, delle definizioni disomogenee e delle strategie potrebbe essere filtrata, con modalità latenti e inosservate, dal piano sovranazionale e globale a quello locale. Pertanto il casus belli dell’effetto NIMBY, già associato all’effetto NIMTO, potrebbe essere riconducibile a cause non solo insite nella realtà sociale, ma proiettate, in modo pluridirezionale, dalla rigidità della governance globale alle frammentate trame dei tessuti sociali locali.
Osservazioni e conclusioni finali
Sulla base degli elementi presi in disamina durante l’intero elaborato, quest’ultimo lascia aperti alcuni nodi concettuali. Tra questi appare chiara una domanda: la governance globale, compresa la natura della cooperazione di cui si compone, assume le caratteristiche di un rapporto sinallagmatico o presenta scissioni imprescindibili?
Indubbiamente, l’attuale presa di coscienza ecologica globale necessita la collaborazione di tutti gli attori, stakeholders, istituzioni e realtà sociali in gioco. Ciononostante, gli evidenti impasse succitati, le rigidità istituzionali e l’opaca delimitazione dei campi d’azione nei quali meccanismi, strategie e rivendicazioni dovrebbero inserirsi, aggiungono ulteriori complicazioni nel cercare di rendere uniforme e trasparente l’intero piano per la lotta al cambiamento climatico. Le differenze e le eventuali scissioni devono essere analizzate e prese in considerazione, utilizzando proprio le peculiari caratteristiche per le quali si contraddistinguono nella decostruzione concettuale di un sistema uniforme ed omogeneo. Tale approccio olistico, risultante poco funzionale e discriminante le difformi esigenze di ciascun attore coinvolto, potrebbe mutare in metodologie nuove ed intersettoriali. La multifattorialità delle problematiche affrontate, anche in riferimento allo sviluppo sostenibile multidimensionale, dovrebbe proiettarsi verso un’azione sinergica e dinamica, capace di mitigare ed adattarsi, in modo integrativo, nelle più profonde discrepanze concettuali, psico-sociali, politico-economiche e giuridiche.
Bibliografia
A. TRIVEDI, S. JOLLY, Construing Climate Change Adaptation as Global Public Good Under International Law: Problem and Prospects in Liverpool Law Review.
E. B. WEISS, Climate Change, Intergenerational Equity, and International Law, in Georgetown Law Center.
J. SPIER, Legal Strategies to Come to Grips with Climate Change, in O. C. RUPPEL, C. ROSCHMANN, K. RUPPEL-SCHLICHTING, Climate Change: International Law and Global Governance: Volume I: Legal Responses and Global Responsibility, 2013.
M. MEGURO, Litigation climate change through international law:Obligations strategy and rights strategy, in Leiden Journal of International Law, 2020.
M. J. HALL, D. C. WEISS, Climate Change Adaptation and Human Rights: An Equitable View, in O. C. RUPPEL, C. ROSCHMANN, K. RUPPEL-SCHLICHTING, Climate Change: International Law and Global Governance: Volume I: Legal Responses and Global Responsibility, 2013.
N. R. KUGLER, P. M. SARIEGO, “Climate change damages”, conceptualization of a legal notion with regard to reparation under international law, in Climate Risk Management.
O. C. RUPPEL, Intersections of Law and Cooperative Global Climate Governance – Challenges in the Anthropocene, in O. C. RUPPEL, C. ROSCHMANN, K. RUPPEL-SCHLICHTING, Climate Change: International Law and Global Governance: Volume I: Legal Responses and Global Responsibility, 2013.
P. NANDA, Climate Change and Developing Countries: The International Law Perspective in ILSA Journal of International & Comparative Law.
S. LAPORTA, I. CATASTINI, Progettare il domani. Riflessioni per un modello di dibattito pubblico, 2021.
S. MEAD, M. WEWERINKE-SINGH, Recent Developments in International Climate Change Law, in International Community Law Review.
[1] IPCC, Mitigation of Climate Change, Sixth Assessment Report on Climate Change 2022, Working Group III contribution. Reperibile al seguente collegamento: https://www.ipcc.ch/report/sixth-assessment-report-working-group-3/
Alfonso Pelosi è Studente del Corso di Laurea Magistrale LM-52 in Relazioni Internazionali e Sicurezza Globale presso il Dipartimento di Scienze Politiche e contemporaneamente iscritto al Master in Migration and Development presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche dell’Università Sapienza. Il corso di riferimento per la realizzazione dell’elaborato è Giustizia ambientale e lotta al cambiamento climatico (IUS/13). Nel 2022, ha conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali L-36 presso l’Università degli Studi di Salerno. Il tema ambientale e della lotta al cambiamento climatico, inscritto nella più ampia gamma di quaestio attuali ed accademiche, potrebbe necessitare di nuovi strumenti metodologico-interpretativi; capaci di offrire prospettive multidisciplinari ed intersettoriali nell’ individuare alcuni impasse strutturali formatisi a causa di analisi risolutive unilaterali
Per saperne di più:

L’Italia delle case vuote nei posti sbagliati | Lo studio

Il fiscal gap che soffoca le nuove generazioni a danno di quelle attuali | L’analisi di Laurence Kot...

Quando le disuguaglianze aumentano e le opportunità di mobilità si riducono, fiducia e coesione risc...

Disagio socio-economico: nove indicatori per mappare le fragilità sociali nei quartieri di 25 | Il r...

La regia occulta dietro le rivolte di Milano e Torino | L’analisi di Maurizio Molinari






