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Massimo Piacenti (vicepresidente ANIR Confindustria): «Servono riforme strutturali: non possiamo perdere quest’occasione di ripresa»

Massimo Piacenti, il vicepresidente di ANIR Confindustria, ha partecipato alla seconda giornata del Festival del Sarà – Dialoghi sul Futuro 2021, appuntamento annuale dove menti illuminate dialogano sul futuro della società occidentale. Nel suo intervento ha affrontato temi come la transizione ecologica e alimentare, ma anche la ripresa del Paese e l’occasioni create dal Pnrr. Ad accoglierlo e intervistarlo c’era l’organizzatore dell’evento, Antonello Barone.

Come l’associazione delle imprese e della ristorazione collettiva interpreta la volontà di un legislatore – quindi un membro del Parlamento – di cambiare un po’ quelle che sono le regole del vostro settore. Come interpreta la suggestione che è arrivata dal lavoro “Nutrirsi a Scuola”? Come avete giudicato questa iniziativa?

«Benissimo. Finalmente il parlamento, il legislatore, sta scoprendo che questo è un settore molto importante. Il contesto in cui quest’argomento viene trattato, cioè la transizione ecologica e la transizione alimentare, mi consente di evitare il rischio di apparire come chi difende un settore, magari anche una piccola lobby – con tutti il rispetto per le lobby. Noi poniamo una questione importantissima. L’onorevole [Alessandro Fusacchia] l’ha detto in maniera molto chiara e ho molto apprezzato le sue parole su servizio pubblico essenziale e fondamentale».

«Parliamo ci chiaro, una volta che si vanno a definire i contenuti di quel servizio che già oggi da un punto di vista legislativo è tempo-scuola, quindi un momento formativo. Ci porta ad allargare lo sguardo a tutto il resto. Quando si parla di transizione non possiamo dimenticare che il 37% delle emissioni di gas serra, a livello mondiale, vengono dalla produzione del cibo e degli allevamenti e il 92% delle risorse idriche viene assorbito da questo settore. Qui il tema ha dimensioni enormi, e riguarda i Paesi ricchi, perché c’è un divario spaventoso tra le popolazioni che vivono nei Paesi ricchi, che soffrono di grandi patologie legate all’obesità, e qualche altro miliardo di persone che soffre la fame. Un tema enorme».

«Per dare gambe a questo progetto, a cui noi siamo interessati, e lo dico anche a nome del presidente, Massimiliano Fabbro, e Paolo Valenti, il nostro segretario generale – seduto davanti a noi. Noi siamo interessati a portare il nostro contributo, anche perché siamo nati circa un anno fa proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica e il legislatore sulla nostra attività. Un’attività che vede impegnati 150 operatori, anzi operatrici, perché gran parte sono donne. Facciamo oltre un miliardo di pasti, e muoviamo un pezzo di economia e una filiera».

«Vogliamo dargli dignità. E partire dalla refezione scolastica è il modo migliore, perché c’è un tema di benessere complessivo, ma anche qualità dell’alimentazione, bandi di gara e risorse che si investono in questo settore. Perché se poi è un tema che riguarda tutta la collettività, allora si si può uscire anche un po’ dalle secche dei bilanci spesso molto in difficoltà dei comuni – perché poi i bandi di gara il fa il comune. Questo sarebbe un grande passo in avanti, prima ancora che economico, culturale e civile».

«Quando facevi [si rivolge a Barone] l’introduzione hai fatto un parallelismo tra vent’anni fa e poi l’emergenza Covid. Mi veniva in mente una frase – che non ricordo bene a memoria – di Winston Churchill, che diceva che di fronte alle grandi crisi la più grande responsabilità che ci possiamo assumere è sprecarle. Ecco, tanto le crisi quando vengono vengono, siano esse dovute al terrorismo internazionale, siano esse dovute a un virus che ha cambiato e sta cambiando il mondo e il modo di vivere. Noi dobbiamo superare le pigrizie, le inerzie, e affrontare alcuni nodi strutturali, cominciando proprio dal contributo specialistico di ognuno, perché sì, la risposta ce la danno ovviamente le competenze, le professionalità, la scienza».

«A volte, quando assisto a qualche discussione sui vaccini, penso di stare su “Scherzi a parte”. Abbiamo visto il filmato, trasudava un ambiente di guerra, l’angoscia che trasmetteva. A distanza di pochi mesi siamo qua: discutendo in una piazza, abbiamo ricominciato a vivere, abbiamo potuto riallacciare le relazioni sociali, lavorative, è ripartita l’economia – e quella italiana sta ripartendo in maniera molto più corposa di altre economie europee, che normalmente ci sovrastano. Ecco, sembra una favola, invece è realtà».

Vicepresidente, in una parola, cosa lasciate dentro alla salva pecunia per il futuro?

«Chi mi ha preceduto ha detto cose che condivido. Chiedo una deroga: due parole. Due parole che non sono evocative, non scaldano, non sono affascianti. Abbiamo bisogno di due parole tante usate ma mai fatte: le riforme strutturali. Perché se noi non cogliamo quest’occasione straordinaria, in tutti i sensi, con i drammi che ci ha consegnato, ma con la massa di risorse che ci ha messo a disposizione per dare una risposta immediata – e su questo noi italiani siamo bravissimi».

«Ma se non cogliamo quest’occasione per risolvere i nodi strutturali di questo Paese facendo le riforme strutturali quali quella della pubblica amministrazione, della burocrazia, della giustizia. Mettere al centro le questioni della sanità e dell’istruzione che dovevano essere soltanto tagliare – ogni finanziaria doveva tagliare – quindi cambiare tutto. Noi dobbiamo pensare globalmente, ma agire con molta efficienza ed efficacia a livello pratico. Mettere a terra questi concetti per poterli misurare, in modo che questo Paese possa uscire da questa fase e anche quando i quattrini dal Recovery saranno terminati, perché un Paese che anche in condizioni normali, sia un Paese che è cresciuto e che ha affrontato questi temi. Questo secondo me è un punto fondamentale».

«Concludo con una considerazione, se mi consentite. Bellissima discussione. Finalmente sento parlare di mense – un termine vecchio – in termini positivi, messi al centro, con tutte le sfaccettature. Voglio assicurare che già oggi sia la qualità delle nostre maestranze, sia del cibo, è una qualità buona. Si può fare di più e meglio. Bisogna investirci, ma tutte queste cose che abbiamo detto possono essere realizzare se noi ci liberiamo dalla schiavitù, quella delle classi dirigenti di cui anche noi facciamo parte. Però questa riguarda un po’ più la classe politica in particolare che è un pezzo della classe dirigente, quella che guida giustamente le istituzioni, non gli chiediamo ovviamente di essere masochisti, ma non pensate soltanto al consenso del giorno dopo. Questi nodi, se non si riesce ad avere un pensiero un po’ più lungo non verranno mai affrontati».

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